lunedì, 19 maggio 2008
Oggi mi sono girati i coglioni a scoppio ritardato. Dirò solo che ha chiamato una signorina di un ente pubblico che non specifico, in cerca di uno stagista per un evento che non specifico. Fin qui tutto normale, visto che un laureato in Scienze della comunicazione può, teoricamente parlando, occuparsi dell'organizzazione di eventi. Peccato che il profilo non solo poteva essere indifferentemente laureato o studente, ma era indifferente anche il corso di laurea. Bastava che sapesse bene "le lingue" (quali, non si sa). Leggi: «Mi serve un operaio generico a cui far fare gratis un lavoro di merda per tot tempo. Trovami un po' chi cazzo vuoi, tanto mica imparerà niente da noi ovviamente». Non è certo un caso isolato. Ma se lo fa un ente pubblico mi girano ancora di più i coglioni. Tanto fortunatamente cercavano per un mese e mezzo, quindi ho potuto sbolognare la cosa a chi dico io.

Non le sopporto ste cose. Come quell'imbecille analfabeta di quella manifattura di T. che - leggi tra le righe - cerca un povero sfigato a cui far fare telefonate tipo call center per trovare pubblicità alla sua attività moribonda. Così ignorante che inizialmente cercava un laureato in ingegneria perché gli serviva uno che "sapesse usare bene il computer" (dico solo che questo non è capace di leggersi le mail), e in più ha avuto il coraggio di chiedermi fino a quanto tempo al massimo potesse durare uno stage. Non hai capito, tesoro: col cazzo che te lo trovo. La tua offerta rimarrà nella sua simpatica bustina di plastica finché chiamerai e io mi rammaricherò di non aver trovato nessuno (dato dove cazzo lavori, è anche plausibile, imbecille).

Poi, la situazione non è così drammatica. Non mi aspettavo ci fossero così tante offerte stage finalizzate ad un inserimento lavorativo. Solo per Economia, Ingegneria e Informatica, naturalmente. Ovviamente, anche qui possono girare i coglioni perché se cerchi uno da assumere lo puoi benissimo assumere da subito senza farlo lavorare quasi aggratis per sei mesi. Però poi ti prendono, se non altro, e nel frattempo un rimborso spese dignitoso te lo danno. E se non è finalizzato inserimento, direi comunque che se uno è a casa senza lavoro tanto vale che si faccia uno stage che si fa un'esperienza e si arricchisce il cv (leggi: se trovi lavoro tanto lo interrompi sto stage, senza problemi, e ci mancherebbe anche). E' anche capitato che un'azienda svizzera, dopo aver conosciuto un ragazzo durante un colloquio per uno stage, stia invece valutando di assumerlo subito a tempo determinato.

Ma, dicevo, questo succede solo a Eco, Ing e Info. I laureati in Scienze della comunicazione dove sono? A fare gli impiegati esecutivi, a fare stage gratuiti, a cercare di infiltrarsi nel pubblico (appunto). Tutte le altre lauree scientifiche sono snobbate, tant'è vero che qui si sta iniziando a fare un lavoro per contattare le aziende e cercare di collocar gente. Non mi esprimo sul vero e proprio marketing delle università per attirare iscritti verso corsi di laurea che - lo sanno benissimo - non offriranno il minimo sbocco professionale.

Leggendo il periodico dell'Ordine dei giornalisti, ho visto una lettera terribile: un ragazzo che a sue spese ha scoperto che c'è una falla nella legge Treu nella parte relativa agli stage. In pratica, la durata max di  uno stage (che per un laureato è 12 mesi) è vincolata solo all'ente promotore. Cioè: un'azienda più teoricamente tenere una persona in stage per sempre, basta cambiare l'ente promotore. Università, sportello stage, ... e chissà come mai adesso fioriscono anche gli enti privati che possono farsi promotori di stage. Al ragazzo della lettera era successo proprio così, presso una casa editrice: stage di sei mesi con l'uni, altri sei mesi con lo sportello stage, e adesso volevano fargliene fare un altro tramite un ente promotore privato.

Altro. Poi l'Unioncamere scopre l'acqua calda:
una laurea vale solo 120 euro al mese in più di un diploma (sarei anche più pessimista). Ma vaffanculo, a voi e a tutti. Io dovevo andare a zappare, e lo sapevo. «Il divario segnala un Paese disattento al valore dello studio e del merito e che rischia di mortificare le migliori risorse di cui dispone» affonda il coltello nella ferita il presidente di Unioncamere, Andrea Mondello. Ma daiii?!
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domenica, 18 maggio 2008

pasternak_15_dec_1958_timeNon chiamatelo “Quello del dottor Zivago”, please. A sorpresa, per me che non lo conoscevo se non di nome, Boris Pasternak si rivela un mondo complesso, fatto di mille sfaccettature: poesia, futurismo, rivoluzione, censura.

Lo zio Boris nasce a Mosca nel 1890, da una famiglia di intellettuali di origine ebraica. Il padre è un pittore e professore universitario, grande conoscitore di storia dell'arte, la madre è una pianista affermata. Lui è un abilissimo teorico della musica e della matematica, non è però all'altezza della madre a livello strumentale. Trova così una sua nicchia personale: lo studio della filosofia e della filologia (mi viene in mente lo zio Friedrich quando si accorge di essere portato un po' per tutto... e per niente, il non avere una passione lo rende un poliedrico ma – a suo dire! – mediocre. Poi anche questo zio è andato a fare Filologia e questo non può che renderlo caro alla sottoscritta, che è capace di fare tutto e niente ed è una filologa mancata visto che fino all'ultimo avrebbe dovuto fare Lettere antiche). Studia a Marburgo, dove conosce Rilke e i suoi esperimenti di musica e poesia. Fa il famoso “viaggio in Italia”, appuntamento imperdibile per i giovani borghesi tra '700 e '800, che completavano così la loro educazione, va a Milano, Firenze e Venezia (e, descrivendo ciò che vede, tinteggia quadretti curiosi: «il vaporetto sudava e ansimava, si asciugava il naso e si strozzava»).

Tra il 1912 e il 1914, in Russia, domina la versione russa del simbolismo. Pasternak frequenta i salotti letterari dell'intellighenzia russa, conosce Alexander Blok, verso cui nutrirà una grandissima ammirazione per la nobiltà con cui si dedica anima e corpo agli ideali rivoluzionari, senza compromessi: lui stesso rimane colpito dalla Prima Rivoluzione del 1905, si impegnerà nella Rivoluzione d'ottobre. Conosce i Futuristi russi, e qui è necessaria una precisazione. L'idea futurista, infatti, nel contesto russo verrà sfruttata anche per sostenere la rivoluzione. Ma parlando di “Futurismo” ci si riferisce a molto di più di sosia russi di Marinetti (già il Futurismo italiano lo conosciamo per stereotipi, cmq...), ci sono infatti ben quattro grandi gruppi futuristi, dall'”Ego Futurismo” al “Cubofuturismo”, passando per “Il mezzanino della cultura” e il “Movimento di centrifuga”, che è quello di Majakowskij,. Anche lo zio Boris partecipa, scrive poesie, scrive il racconto “L'infanzia di Zenia Iuvers”, e ben due autobiografie: nel 1931 la prima, “Il salvacondotto”, poi la seconda dopo il casino che seguirà il Dottor Zivago.

«Il fine della creazione è dare tutto di sé»

ildottorzivagoSarà solo tra il 1946 e il 1956 che si dedicherà al Dottor Zivago, il suo primo e unico romanzo (vedi famoso pippone di David Lean), che viene pubblicato per la prima volta da Feltrinelli tra grandi difficoltà, ma in patria arriverà solo decenni più tardi: erano troppi i lati oscuri della Rivoluzione raccontati nell'opera, che pure non è ideologica. In URSS, infatti, a causa del romanzo Pasternak viene accusato di vilipendio alle due rivoluzioni, radiato dall'Associazione degli scrittori, deve rinunciare al Nobel e fare autocritica. Finisce per trasferirsi nella zona di campagna di Peredechino. Che cos'è che non gli hanno perdonato? La sua onestà intellettuale. Il suo rifiuto ad aderire acriticamente ad un'ideologia. Per dire: i Russi leggeranno “Il dottor Zivago” solo nel 1988, dopo la Perestrojka.



Da Wikipedia la rocambolesca vicenda del Nobel: «
Proprio l'assegnazione del premio scatenò una vicenda singolare che vide il coinvolgimento dei servizi segreti occidentali. Infatti il regolamento dell'Accademia Svedese, ente designato a scegliere il vincitore del Premio Nobel per la letteratura, prevede che per ottenere il riconoscimento, l'opera in questione debba essere stata pubblicata nella lingua materna dell'autore, requisito di cui Il dottor Ĺ˝ivago ovviamente difettava. Pertanto, a pochi giorni dal momento in cui l'assegnazione avrebbe dovuto essere resa nota, un gruppo di agenti della Cia e dell'intelligence britannica riuscì ad intercettare la presenza di un manoscritto in lingua russa a bordo di un aereo in volo verso Malta. Obbligarono cosi l'aereo a deviare, per entrare in possesso momentaneamente del manoscritto che, fotografato pagina per pagina, fu precipitosamente pubblicato su carta con intestazione russa e con le tecniche tipografiche tipiche delle edizioni russe. Questo lo stratagemma per consegnare il capolavoro perseguitato alla verità e al merito del Premio Nobel».
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mercoledì, 14 maggio 2008
Versione casereccia di "Non aprite quella porta". Non che io pensi che qualcuno di voi debba transitare - o, peggio, che orrore! - parcheggiare a Rancio Valcuvia. In caso, sappiate che in paese ignoti hanno bucato le gomme già a due macchine, una sul parcheggio del cimitero e una a Cantevria. Non le ho viste io personalmente, se no saprei darvi dettagli più precisi: di certo, in un caso erano due le gomme tagliate.

E' un po' una strategia della tensione ;-)

Stamattina, invece, sono stata risvegliata alle sei del mattino dal vecchietto che ha una specie di orto nel prato davanti a casa mia. Urlava, inseguendo con un forcone un animale indistinguibile che gli era capitato nell'orto. Alla richiesta di che cosa diavolo fosse, il mitico (anzi, mitologico...) S. ha gridato una sequela di parole incomprensibili in siciliano semi-stretto. Secondo lui era un cinghiale. Ma dato il verso che mi pare di aver sentito, sembrava piuttosto una volpe. Comunque, se vi piacciono i salamini di cinghiale, è qui che dovete venire. D'estate, quando il mais è alto e di notte si lasciano aperte le finestre per il caldo, a volte si sentono i loro zoccoletti che zampettano e corrono tra le file del campo.
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categoria:valcuvia
martedì, 13 maggio 2008

keio_bus_stopChe cosa succede quando una donna sola è alla fermata ad aspettare il bus, verso sera? Vediamo. Non serve essere particolarmente avvenenti. Basta avere meno di 50 anni ed essere sotto gli 85 kg, apparentemente.

Allora. Sono quasi le otto di una sera di maggio. Tutto è tranquillo, l'aria si sta facendo frizzante, ultimi strascichi di aperitivo. Tipa vicino al cartello con gli orari dell'autobus. Dal parcheggio parte una Hyundai coupé rossa fiammante, quando passa davanti alla tipa il tizio giovane alla guida accelera a tutto gas e sorride con intenzione. Pochi istanti dopo, una Panda bianca scassata guidata da un vecchietto si muove dal parcheggio... e sì, anche lui accelera con intenzione, ma non sorride.

Minuti. Una macchina scura passa sulla strada vicina, qualcuno suona il clacson. Immediatamente si levano latrati dal cancello della villetta adiacente: un enorme cane peloso ha deciso di esprimersi, non si sa se infastidito dal rumore o stimolato dal clacson a dire anche lui la sua, formulando un apprezzamento.

Poi, vicino alle fermate degli autobus ci sono sempre 2 + n albanesi. Loro quando vedono una donna ridono. Cioé, è quello che succede a me. Forse la femminilità ha per loro connotazioni comiche. O forse sono io che dovrei farmi delle domande.

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lunedì, 12 maggio 2008
483px-Antigoneleigh«Qual è la radice della democrazia? Può veramente la comunità garantire i diritti del singolo? Quale futuro attende chi si pone al di fuori dei confini etici e ideologici di una comunità civile? Chi vincerà, nello scontro tra individuo e polis?
I temi dell’Antigone di Sofocle, riletta da Walter Le Moli con l’apporto della nuova e moderna traduzione di Massimo Cacciari, tornano a far riflettere su interrogativi insolubili. 

Nata dall’unione incestuosa tra Edipo e la madre Giocasta, la fiera principessa Antigone difende il diritto di concedere sepoltura al fratello Polinice, colpevole di aver dato l’assalto alla città di Tebe per strappare il trono a Eteocle, fratello di entrambi. Creonte, zio dei ragazzi e reggente della città dopo la morte di entrambi i figli maschi di Edipo, concede riti funebri al solo Eteocle, lasciando insepolto il cadavere di Polinice, reo di aver attentato alle istituzioni cittadine. Sarà Creonte a trionfare a caro prezzo e con lui la città con le sue regole.»

(tratto dal sito del Piccolo Teatro di Milano)

Uffaaa!!! Tra il 27 maggio e il 1 giugno al Piccolo ci sono io!!! C'è l'Antigone di Sofocle tradotta da Cacciari, e io ci voglio andare e non posso!!! E non ho la macchina e nessuno mi ci porta!!! E non c'è nessuno che mi vuole bene e viene a teatro con me!!! Lancio questo disperato appello sul web, non si sa mai che con Google per qualche motivo capita qui qualcuno interessato (non è impossibile, prossimamente posterò qualcosa sulle parole chiave con cui la gente arriva sul mio blog... surprise!!! :-) ).

Va beh. Cmq potete leggere quello che faccio anche qui, anche se è molto più triste che leggere un libro.
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lunedì, 12 maggio 2008
I problemi strutturali della PA non sono la corruzione, le logiche clientelari, gli immani sprechi inutili spesso e volentieri promossi dalla politica. Sono gli impiegati esecutivi che timbrano il cartellino e vanno a bere il caffé al bar. Io non me ne ero accorta, chiedo scusa pubblicamente.

Scherzi a parte: lo so benissimo che il problema esiste, e va combattuto drasticamente (a parte il fatto che alcune scene mi sembrano un po' folkloristiche e costruite ad hoc, io di certo non ne ho mai viste né sentite indirettamente). Ma suona tutto un po' troppo demagogico. Anche perché non sarà certo lo zio Brunetta a risolvere il problema, dovrebbero essere i dirigenti degli enti pubblici a impegnarsi concretamente. Ma com'è che si fa se sono loro i primi che sono stati assunti perché sono amichetti del satrapo di turno?

Ci sarà da giustificare qualche taglio imminente. Cmq volevo ricordare che le pagelle on line a me vanno anche bene (anche se sono contenta di aver finito, se no i miei 10 in latino e greco tendevano ad assumere un formato binario 1-0),
solo che il 30% delle famiglie in cui vive almeno un minorenne non possiede un pc e oltre il 40% non accede ad Internet da casa.

L'articolo di Repubblica

L'articolo del Corriere

L'articolo della Radman
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categoria:lavoro, attualitĂ 
domenica, 04 maggio 2008
cena_blogger2E' arrivato il sole. I fiori sbocciano, gli uccellini cantano. Chili e chili di carne cruda vengono cucinati sulle griglie nei week-end e nei ponti festivi, litri e litri di birra iniziano ad essere fabbricati in Valcuvia e nel Luinese.

Torna la cena dei blog varesotti, edizione 2.0

La cena è stata fissata per venerdì 9 maggio alle ore 21, in un qualche locale tipo Circolino di Buguggiate.
Dopo l'invito, hanno per ora aderito:
- io (ma dai?!)
- amici miei, in numero da definire
- il Gibbone, in tutte le sue manifestazioni
- il Kansch
- LucaPausy84

Ovviamente come al solito è invitato chiunque, però ditemelo in tempo utile che devo prenotare...

Tanto per dare un tocco di colore, vi segnalo i resoconti di altri blogger-raduni d'Italia:
- La cena dei blogger pugliesi
- La cena dei blogger veneti
- La cena dei blogger marchigiani
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domenica, 04 maggio 2008
HairposterUna vera bomba di energia. Mercoledì sera sono andata a vedermi "Hair" all'Apollonio e mi sono divertita un casino. Versione recitata in italiano, con arrangiamento e direzione delle musiche di Elisa: due ore di canzoni suonate e cantate dal vivo dagli attori, selezionati tra Italia e Usa (ehm... strideva nella recitazione). Voci fantastiche, le musiche sono i cavalli di battaglia di sempre (da Aquarius a Let the sunshine in), me le sono appena scaricate tutte... Un bel po' di gente, per l'occasione moltissimi giovani (e quando mai, se non per i musical), c'era il tizio alla mia destra - sarà stato sui 20/25 pure lui - che ogni tanto ululava e sembrava sull'orlo di saltare in piedi per l'entusiasmo.

Per me è stata una serata divertente, ma parlo da persona che non nutriva grandi aspettative e non aveva mai visto nessun'altra versione dello spettacolo. Perché in effetti le critiche che si possono fare non sono poche: da trama e dialoghi, sostanzialmente inesistenti, ai protagonisti, più che contestatori con nobili ideali sociali sembravano un branco di rincoglioniti che volevano solo scopare e drogarsi ovunque, erano stereotipi abbastanza imbarazzanti. La libertà sbandierata sembrava libertà fine a se stessa e più animalesca che utopica. Poi è chiaro, il tema della contestazione contro la guerra in Vietnam c'era e anche con riferimenti all'attualità (sul mega-schermo di fondo scorrevano a tratti immagini della guerra in Vietnam ma anche del G8 di Genova), alla fine è commovente quando Claude rapato e vestito da soldato irrompe sulla scena e va dai suoi amici, che però non possono vederlo, continuano a chiamarlo all'infinito anche se è in mezzo a loro - ormai è diventato "invisibile".
Certo è che se Parsons aspirava all' «effetto ottico di una moltitudine che si trasforma in uno solo», ci è riuscito benissimo. La tribù c'era ed era viva come non mai... anche qui ci sarebbe qualcosa da dire sull'utopia quando diventa delirio e isteria collettiva, ma non vado avanti perché quando parlo così riesco a rompermi i coglioni da sola...

Cmq, se penso all'idea di fondo dello spettacolo mi cadono i coglioni, tanto per sfoggiare la finezza che mi contraddistingue. Alla fine Claude, il nuovo arrivato nel collettivo, viene spedito in Vietnam e muore ammazzato. Del Sessantotto è rimasto meno di un cazzo e se è per quello l'America - e non solo - è più bigotta di prima. Qualsiasi ideale possibile immaginabile esiste solo in funzione strumentale. Anche l'energia che sprigiona lo spettacolo, e che riproduce devo dire bene lo slancio vitale di un movimento giovanile, non riesce a non apparirmi come una manifestazione dell'energia esuberante dei giovani che in fondo può sfogarsi in mille modi intercambiabili: non è tanto l'ideale che genera la passione quanto la passione che genera il proprio ideale per servirsene come pretesto.
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domenica, 27 aprile 2008

piatto_affettatiE' stato bello. Veramente. Sabato sera, compleanno di M., mio ex cabiagliese. Tavolata di venti persone. Bonarda. Affettati che girano. Ed è stato bello parlare da camionista, insultarmi con il R. per scherzo, parlare di ettari agricoli e trattori con il Macecio, sentire bestemmiare e fare discorsi da trivio (= volevo solo dire alle mamme che questo è l'esito di dieci anni di studio, non investiteci). Sentire il calore di gente che prende la vita come viene, allentare il controllo. Ritrovare persone che non vedo da mesi, alcuni da anni. Come era finito tutto questo? Dove è finito? Nello stesso oblio sono scomparsi altri come le cinque, come la rossa D., che si è fatta risentire il 25 aprile dopo mesi di latitanza, per sfruttarmi per un'uscita a quattro in moto con il suo fidanzato (declinata perché non ce la faccio, davvero, a uscire con uomini così stupidi, è proprio più forte di me). D. che è stata citata ieri sera in varie occasioni, soprattutto per l'episodio-Colacem, veramente troppo volgare per essere raccontato qui.

Ma non so quanto la situazione idilliaca di ieri sia reale. La compagnia si sta sgretolando, ormai da anni. C'è chi si è sposato, chi pur giovanissimo è super-fidanzato, escono a gruppetti. Ma non è solo questo. C'è qualcosa che si è spezzato. Non so quante sere, ora, si trovino “alle nove e mezza al piazzale”. E non c'entra niente, è solo un'associazione di idee, ma sul piazzale mi si materializza davanti l'immagine di una jeep rossa, rotonde fatte al contrario. Un ragazzo della mia età che non potrà mai più guidarla, non cammina più se è per questo, e dio solo sa se si rende conto delle cose che gli succedono intorno. Io c'ero quella sera, noi cinque eravamo uscite con Cabiaglio ma eravamo già andate via. La moto, la corsa. L'albero. L'impatto.

Fa male, tutto. Sta andando tutto a puttane.

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categoria:valcuvia
domenica, 27 aprile 2008
V-Day

Bene. Abbiamo fatto il V-Day. Entusiasmo pieno per la proposta di abolizione del finanziamento pubblico all'editoria e di abrogazione della maledettissima Gasparri. Sull'abolizione dell'Ordine dei Giornalisti, io ci sto. Però mi girano anche un po' le palle, visto che sono andata giusto il giorno prima alla sede di M. dell'Ordine – facevo il ponte ed era uno delle poche mattina disponibili che avevo – a finire la pratica di iscrizione e pagare gli ultimi soldi. Ladri, e pure bastardi. I famosi “100 euri” sganciati quando avevo portato tutta la documentazione, e per cui mi avevano rilasciato la ricevuta della “tassa di iscrizione”. Si scopre poi, ovviamente che quella non era la tassa di iscrizione ma la “tassa di ammissione”. Morale: se per qualche motivo il Consiglio non approvava indulgentemente ex cathedra la mia iscrizione, eran soldi persi. E ne ho dovuti pagare altri 100 come quota 2008. Che poi, non so a che cazzo mi servirà, fondamentalmente a niente. Lo faccio puramente per fare curriculum (e non servirà neanche a questo, nel call center in cui andrò a finire). Totale: spesi 384 euri. Comunque io il 25 aprile ero altrove, sul san Michele e mi sono divertita un casino (a breve le foto qui su Picasa).

Vorrei però aggiungere una nota polemica, già suggerita dall'autore di questo articolo, quando fa notare che sui cartelloni del V-Day non si parlava delle testate che non ricevono nemmeno un euro dallo Stato. Incazziamoci con la stampa finanziata, ma per favore: distinguo. Il rischio – ed è forte – è di scadere nella demagogia e nel qualunquismo. Finire per parlare come la mia collega, quella che “i giornalisti sono tutti venduti”. Lei ha lavorato un annetto nell'ufficio stampa di una casa di moda milanese, e lì i giornalisti di moda sostanzialmente cagavano solo gli inserzionisti. Io non dico che sia un bel vedere, non è etico, ma francamente trovo sia l'ultimo dei problemi dell'informazione italiana, però poi “i giornalisti sono tutti venduti”. Forse sarebbe il caso di capire anche che la "Casta dell'informazione" è fatta da pochi oligarchi, e in gran parte l'informazione viene fatta da poveracci precari e non tutelati da nessuno. Mi aspetto i forconi fuori dalle redazioni, meno male che io non c'entro :-)

Baroni

La verde non va, arrivo in tram facendo un giro allucinante in uni, a propormi per l'ennesima volta per una tesi con l'ennesimo relatore (ho cambiato idea per la terza volta): un po' sono io, un po' vedere come questi se ne sbattano è avvilente. Conclusione di questa volta: devo contattare il suo assistente perché lui non è esperto del tema (io voglio fare una tesi sull'inserimento lavorativo delle donne laureate). Non ho molto capito, quando gli ho detto che lavoro all'ufficio placement dell'I., la frase stupida che ha detto guardando complice la “sua” neo-laureata che era lì a ricevimento: «Ah, lavora per la concorrenza...». Ma sei, scemo?!

Poi ho incontrato per caso in laboratorio una mia amica che mi ha raccontato che dopo quasi un anno che si era messa d'accordo per una tesi, aveva stilato una scaletta insieme al relatore di turno, aveva iniziato a mettere insieme del materiale, questo le dice che deve cambiare argomento perché si è reso conto che quell'argomento l'aveva già fatto sviluppare in una tesi a un'altra persona. Bimbominkia, accorgertene prima?! Non prendere per il culo la gente è un optional?! A parte il fatto che uno stesso tema può essere indagato da mille prospettive. Mi dite, cazzo, questa gente che ha il privilegio impagabile di dedicarsi alla cultura e di poter far coincidere la passione con il lavoro come faccia ad essere così indifferente?! E non rompetemi i coglioni con il precariato accademico, che qui non c'entra un cazzo e difatti gli assistenti sono le persone migliori. Un professore ordinario di università che non ama il suo lavoro è un mostro. Punto.

Felici Ma Trimoni (vedi lo zio Capa)

Io sono una zitella,una rompicoglioni, una polemica e una snob. Bene. Una volta appurato ciò, è inquietante sentire ragazze della mia età discettare per ore di vestiti da sposa, rompere al fidanzato per spingere sulla data del matrimonio, gente che si sposa a diciannove anni e parla solo di “mio marito”. Perché non ci sono cazzi. Ci sono ambienti sociali – e geografici, purtroppo - in cui per la donna il matrimonio è ancora lo status da raggiungere, l'obiettivo di tutta una vita. E a me come fanno a non cadermi i coglioni? Ma non è che siano cazzi miei. Ci mancherebbe. E per favore non fraintendiamo: ci sono coppie sposate sui vent'anni bellissime, e che io stimo e ammiro profondamente. Ma che il matrimonio sia l'unica forma di auto-realizzazione, mi fa accapponare la pelle. Torniamo indietro di cinquant'anni, già che ci siamo, tanto...

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categoria:pensieri velenosi