domenica, 27 aprile 2008

piatto_affettatiE' stato bello. Veramente. Sabato sera, compleanno di M., mio ex cabiagliese. Tavolata di venti persone. Bonarda. Affettati che girano. Ed è stato bello parlare da camionista, insultarmi con il R. per scherzo, parlare di ettari agricoli e trattori con il Macecio, sentire bestemmiare e fare discorsi da trivio (= volevo solo dire alle mamme che questo è l'esito di dieci anni di studio, non investiteci). Sentire il calore di gente che prende la vita come viene, allentare il controllo. Ritrovare persone che non vedo da mesi, alcuni da anni. Come era finito tutto questo? Dove è finito? Nello stesso oblio sono scomparsi altri come le cinque, come la rossa D., che si è fatta risentire il 25 aprile dopo mesi di latitanza, per sfruttarmi per un'uscita a quattro in moto con il suo fidanzato (declinata perché non ce la faccio, davvero, a uscire con uomini così stupidi, è proprio più forte di me). D. che è stata citata ieri sera in varie occasioni, soprattutto per l'episodio-Colacem, veramente troppo volgare per essere raccontato qui.

Ma non so quanto la situazione idilliaca di ieri sia reale. La compagnia si sta sgretolando, ormai da anni. C'è chi si è sposato, chi pur giovanissimo è super-fidanzato, escono a gruppetti. Ma non è solo questo. C'è qualcosa che si è spezzato. Non so quante sere, ora, si trovino “alle nove e mezza al piazzale”. E non c'entra niente, è solo un'associazione di idee, ma sul piazzale mi si materializza davanti l'immagine di una jeep rossa, rotonde fatte al contrario. Un ragazzo della mia età che non potrà mai più guidarla, non cammina più se è per questo, e dio solo sa se si rende conto delle cose che gli succedono intorno. Io c'ero quella sera, noi cinque eravamo uscite con Cabiaglio ma eravamo già andate via. La moto, la corsa. L'albero. L'impatto.

Fa male, tutto. Sta andando tutto a puttane.

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categoria:valcuvia
domenica, 27 aprile 2008
V-Day

Bene. Abbiamo fatto il V-Day. Entusiasmo pieno per la proposta di abolizione del finanziamento pubblico all'editoria e di abrogazione della maledettissima Gasparri. Sull'abolizione dell'Ordine dei Giornalisti, io ci sto. Però mi girano anche un po' le palle, visto che sono andata giusto il giorno prima alla sede di M. dell'Ordine – facevo il ponte ed era uno delle poche mattina disponibili che avevo – a finire la pratica di iscrizione e pagare gli ultimi soldi. Ladri, e pure bastardi. I famosi “100 euri” sganciati quando avevo portato tutta la documentazione, e per cui mi avevano rilasciato la ricevuta della “tassa di iscrizione”. Si scopre poi, ovviamente che quella non era la tassa di iscrizione ma la “tassa di ammissione”. Morale: se per qualche motivo il Consiglio non approvava indulgentemente ex cathedra la mia iscrizione, eran soldi persi. E ne ho dovuti pagare altri 100 come quota 2008. Che poi, non so a che cazzo mi servirà, fondamentalmente a niente. Lo faccio puramente per fare curriculum (e non servirà neanche a questo, nel call center in cui andrò a finire). Totale: spesi 384 euri. Comunque io il 25 aprile ero altrove, sul san Michele e mi sono divertita un casino (a breve le foto qui su Picasa).

Vorrei però aggiungere una nota polemica, già suggerita dall'autore di questo articolo, quando fa notare che sui cartelloni del V-Day non si parlava delle testate che non ricevono nemmeno un euro dallo Stato. Incazziamoci con la stampa finanziata, ma per favore: distinguo. Il rischio – ed è forte – è di scadere nella demagogia e nel qualunquismo. Finire per parlare come quelli che “i giornalisti sono tutti venduti”. Forse sarebbe il caso di capire anche che la "Casta dell'informazione" è fatta da pochi oligarchi, e in gran parte l'informazione viene fatta da poveracci precari e non tutelati da nessuno. Mi aspetto i forconi fuori dalle redazioni, meno male che io non c'entro :-)

Baroni

La verde non va, arrivo in tram facendo un giro allucinante in uni, a propormi per l'ennesima volta per una tesi con l'ennesimo relatore (ho cambiato idea per la terza volta): un po' sono io, un po' vedere come questi se ne sbattano è avvilente. Conclusione di questa volta: devo contattare il suo assistente perché lui non è esperto del tema (io voglio fare una tesi sull'inserimento lavorativo delle donne laureate). Non ho molto capito, quando gli ho detto che lavoro all'ufficio placement dell'I., la frase stupida che ha detto guardando complice la “sua” neo-laureata che era lì a ricevimento: «Ah, lavora per la concorrenza...». Ma sei, scemo?!

Poi ho incontrato per caso in laboratorio una mia amica che mi ha raccontato che dopo quasi un anno che si era messa d'accordo per una tesi, aveva stilato una scaletta insieme al relatore di turno, aveva iniziato a mettere insieme del materiale, questo le dice che deve cambiare argomento perché si è reso conto che quell'argomento l'aveva già fatto sviluppare in una tesi a un'altra persona. Bimbominkia, accorgertene prima?! Non prendere per il culo la gente è un optional?! A parte il fatto che uno stesso tema può essere indagato da mille prospettive. Mi dite, cazzo, questa gente che ha il privilegio impagabile di dedicarsi alla cultura e di poter far coincidere la passione con il lavoro come faccia ad essere così indifferente?! E non rompetemi i coglioni con il precariato accademico, che qui non c'entra un cazzo e difatti gli assistenti sono le persone migliori. Un professore ordinario di università che non ama il suo lavoro è un mostro. Punto.

Felici Ma Trimoni (vedi lo zio Capa)

Io sono una zitella,una rompicoglioni, una polemica e una snob. Bene. Una volta appurato ciò, è inquietante sentire ragazze della mia età discettare per ore di vestiti da sposa, rompere al fidanzato per spingere sulla data del matrimonio, gente che si sposa a diciannove anni e parla solo di “mio marito”. Perché non ci sono cazzi. Ci sono ambienti sociali – e geografici, purtroppo - in cui per la donna il matrimonio è ancora lo status da raggiungere, l'obiettivo di tutta una vita. E a me come fanno a non cadermi i coglioni? Ma non è che siano cazzi miei. Ci mancherebbe. E per favore non fraintendiamo: ci sono coppie sposate sui vent'anni bellissime, e che io stimo e ammiro profondamente. Ma che il matrimonio sia l'unica forma di auto-realizzazione, mi fa accapponare la pelle. Torniamo indietro di cinquant'anni, già che ci siamo, tanto...

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categoria:pensieri velenosi
giovedì, 24 aprile 2008

RinoGiardiello_TramChe figata. Un giorno che non ho un cazzo da fare vado a Milano e salgo su TUTTI i tram e bus uno dopo l'altro e mi giro tutta Milano, così a caso. Davvero. Troppo bello andarsene in giro così. Ti perdi. Scopri posti nuovi. Vedi TANTISSIMA gente di tutti i tipi. Ed è questo soprattutto che io adoro dei mezzi pubblici.
Cmq forse è un bene che io abiti in Valcuvia. Non pensavo avrei mai potuto pronunciare una frase del genere. Ma se vivessi a Milano sarei sempre in giro vestita come una deficiente a vagare tra Brera, la facoltà di Agraria, l'Oberdan e le colonne di san Lorenzo, sarei molto più depressa di adesso e avrei tutta una serie di ex fidanzati intellettuali sfasciati e inaffidabili. Si è visto in quella breve settimana che sono stata dalla Sara...

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giovedì, 24 aprile 2008

ritrattoSempre per la serie “donne con le palle”. Siamo a fine Ottocento, nel pieno della delusione risorgimentale. Nuoro. Un'Italia arretrata e una Sardegna ancora più arretrata. Gli anni del Verismo e del Decadentismo. Una famiglia della borghesia intellettuale, hanno quattro figli di cui tre maschi, gli unici che vengono fatti studiare (e con risultati fallimentari). La bambina, l'unica a prometter bene, viene tolta da scuola in quarta elementare: è solo una donna. Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, non ha nemmeno la licenza elementare. E in tutto questo, il consiglio è uno solo: «Sposati prima che si venga a sapere in giro che scrivi!!!». Cosa, naturalmente, disonorevole per una donna: se scrivi sei una disadattata sociale e non sei in grado di adempiere ai tuoi doveri di donna. La zia del VareseCorsi, come quando parlava della Mistral, era particolarmente veemente su questo punto, tant'è vero che alla fine mi sono lanciata in un piccolo sproloquio femminista ed eravam lì a guardarci come a dire “Tu m'intendi”.

«Nido selvaggio... Nessuno mi ha aiutato. Ho fatto tutto da me».

Grazia non odia la Sardegna, ma farebbe qualsiasi cosa per andarsene: sa bene che qui non ce la farà mai ad autorealizzarsi. Ma come si fa a fuggire da questo ambiente atavico? C'è un solo modo, e lei lo sa benissimo. Sposarsi. Si innamora di Stanis Manca, ma sarà una delusione tragica che la porterà sull'orlo della disperazione. Da quel momento in poi cercherà solo freddamente di trovare una sistemazione, e ce la farà sposando Palmiro Madesani, un impiegato delle Finanze, che la porterà nel luogo dei suoi sogni. Roma. La sua “Gerusalemme della cultura”.

«Sempre sola ho vissuto, anche vicino a mia madre e i miei fratelli (...) Forse è il mio destino. O il destino di tutti: essere soli».

La società a Roma la accoglie bene ma con curiosità. C'è una stranezza in quel ménage familiare: è il marito ad essere il segretario della moglie, in un completo ribaltamento dei ruoli. E' proprio a questo modello che si ispirerà Pirandello quando scriverà “Suo marito” (che per caso mi son trovata alla Pulce qualche tempo fa). Ma se non ci fosse stato il marito, lei non avrebbe mai avuto la possibilità di farsi conoscere.

Dal punto di vista letterario, la Deledda è in bilico tra Verismo e Decadentismo simbolista: molto difficile da etichettare, forse per questo a scuola si studia poco o niente. Tra i suoi temi, la crisi dei personaggi maschili (“Canne al vento” è una metafora che indica proprio la debolezza di questi uomini fragili, in piena inquietudine) e dell'espiazione, del delitto che diventa castigo (parliamone... a me mi viene la febbre quando lo zio Fedor parla dei deliri febbricitanti di Raskolnikov), soprattutto ne “L'edera”. Troppa voglia di leggere – non si sa quando - “La madre”, che indaga la questione del celibato ecclesiastico. La zia di VareseCorsi ci ha letto la fine, non ve la dico però... da panico. A Freud ci faceva un baffo.

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categoria:libri, nobel della letteratura
martedì, 22 aprile 2008
Ho scoperto che i contratti a tempo indeterminato esistono. Davvero. Non è una leggenda metropolitana. Anche per i neolaureati... Cioè. In effetti qui si parla di una tripletta maturità scientifica (100) - laurea triennale in Banca e finanza (110 e lode) e specialistica sempre Banca e Finanza (110 e lode), però esistono, da qualche parte.
A proposito, oggi han chiamato all'ufficio stage per chiedere informazioni. Non so di preciso chi e come, perché non ho risposto io. Comunque, cercavano una velina. Giuro.

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domenica, 20 aprile 2008
Concessione_del_TelefonoInsomma, così così. Non mi ha convinto. Sono andata a vedermelo venerdì sera sotto una pioggia battente (del resto le condizioni atmosferiche non potevano che essere anormali, visto che avevo la macchina). E' un adattamento teatrale di "La concessione del telefono" di Camilleri, che io sinceramente non ho letto, ma dicono sia uno dei romanzi più divertenti dello zio isolano Andrea Caloggero.
In effetti gli attori erano molto bravi, i dialoghi brillanti e divertenti - il tutto in un divertente "sicilia-cano" - solo che la trama era davvero incasinata e francamente un po' pesante da seguire. Era una commedia degli equivoci, tutto nasce dalla richiesta di Pippo Genuardi di una linea telefonica, per poi dipanarsi in equivoci e casini paradossali, perciò un po' di complicazioni non potevano che esserci. Però c'era davvero una marea di personaggi e dopo un po' ci si perdeva... a mio parere se si tirava un po' meno per il lungo sarebbe stato tutto molto più brillante. Naturalmente non è stata certo un'impresa facile trasporre un romanzo già problematico di per sé... In ogni caso, bella l'idea di una scenografia di libri e faldoni che ti raccontano di un'Italia unita che sbarca in Sicilia a fine Ottocento, ma invece di portare soluzioni a problemi ti porta la sua elefantiaca burocrazia.

(Qui ci sono l'intervista e la recensione del cugino Gambirasio)
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categoria:teatro, varese
martedì, 15 aprile 2008
VadoInSenegalDomenica mattina alla fine sono andata a farmi un giro a Fa' la cosa giusta. Carina come l'anno scorso, tanta gente e tantissimi stand, quest'anno il tema era "dire, fare... ABITARE". Oltre al catalogo entrando si poteva prendere "Cambio casa cambio vita", un bel libro su forme solidaristiche dell'abitare, dall'autocostruzione, alle comunità di famiglie, al cohousing (che è a metà strada tra la comune e il condominio: tu condividi alcune cose, come i pasti e altri servizi, ma poi ogni nucleo ha un suo appartamento e non c'è la messa in comune dell'economia). A proposito di autocostruzione, leggi qui l'esperienza della zia Radman come volontaria per Habitat for Humanity.

Tra le altre cose strada facendo mi son comprata da un simpatico senegalese "Vado in Senegal!", un libro di Carlo Giorgi, giornalista di Terre di Mezzo davvero in gamba che avevo conosciuto alla summer school in Giornalismo Sociale (a dire la verità, era il mio preferito :-) ). Proprio mentre girellavo, dopo aver incontrato per caso una mia compagna di corso, l'ho visto mentre presentava il libro: è una specie di guida-racconto di un viaggio di turismo responsabile, me lo sono già mezzo letto in treno perché è davvero bello, si fa leggere d'un fiato e tra l'altro ha delle illustrazioni molto carine. Poi tornando indietro - in treno, obviously - mi sono fermata a Saronno a vedermi
al Teatro Giuditta Pasta "Sette piani", tratto dal racconto di Buzzati con Ugo Pagliai e Paola Gassman.

buzzati-duomo-di-milano-1952«Abbiamo tutto il tempo che vogliamo davanti...»
«No, abbiamo solo il tempo che ci resta!»

Giovanni Corte è un avvocato patrocinante in Cassazione. Pignolo, polemico, prepotente: in 56 anni nessuno gli ha mai messo "i piedi in testa". Ma la sua è una doppia vita, una doppia scena. Gli basta mettere piede in casa per capitare sotto le grinfie di una madre dispotica, che lo ricatta con i suoi piagnistei e gli impedisce di vivere. Tutto preciso, una solitudine sterile perfettamente sotto controllo. Ma un giorno il Corte incontra una donna, Elisabetta. Piena di vita, innamorata, creativa, gli cambierà del tutto la vita. Ma prima di trasferirsi da lei e rinunciare alle sue abitudini per una nuova vita, l'avvocato ha una "piccola" cosa da fare: farsi togliere quel piccolo brufolo vicino all'occhio che dà fastidio al suo perfezionismo... Promesso, l'ultima azione del "vecchio" Giovanni, prima di "lasciarsi andare". Finalmente.

Ma un "nuovo" Giovanni, Elisabetta non lo vedrà mai. Ricoverato in una clinica surreale, un mondo isolato dal mondo e popolato da personaggi improbabili, il Corte scenderà inesorabilmente, di casualità in casualità, dal settimo piano, dove ci sono i malati più lievi, al primo, là dove tutto il giorno non vi sono che persiane che si abbassano in lutto...

Bellissimo. Ugo Pagliai e la Gassman davvero fantastici, suggestioni tra musica e scenografia, la parte del leone l'hanno fatta le proiezioni delle illustrazioni di Buzzati, che hanno dato vita ad un universo surreale. Una tragedia tragicomica, riso amaro, l'assurdità degli eventi fortuiti che portano Giovanni Corte alla morte si sposa con l'impotenza davanti a un destino senza senso. Inutile pensare "di avere tempo", perché è proprio quando l'avvocato inizia a vivere che la sua vita è condannata senza possibilità di appello. Che tristezza però uscire da teatro e vedere solo la solita schiera di cappotti neri e cammello sopra schiene curve e sotto capelli bianchi: solo vecchi, c'erano.
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sabato, 12 aprile 2008
whyCome sempre, per caso. Qualche giorno fa ho incontrato in centro una mia ex compagna di liceo. Dall'altra parte della strada, non mi aveva quasi riconosciuto, all'inizio. Quasi quanto, credo, non mi avrà riconosciuto dopo, parlando. E' stato bello incontrarla. E' stato bello parlare. Ma dopo qualche parola, è stato chiaro che non potevamo continuare senza trovare appigli nelle persone con cui eravamo vissuti anni e anni fa - serie di "ti ricordi-che fine ha fatto-chi hai rivisto" a cui ormai mi sono abituata, già altre volte. Lei non è più quella che ricordavo. Ma ancora di più, io non sono più quella che ero. Sono qualcosa di completamente diverso, per certi versi opposto. Non so se se ne sarà accorta lei, me ne sono di certo accorta io. Poi, un barlume. Mi ha raccontato di un viaggio che farà quest'estate. E allora è come se i suoi sogni, i suoi ideali di tanti anni fa mi si fossero materializzati davanti. Quando penso a lei, penso sempre con affetto alla coerenza di quelle che sono state le sue scelte, lei voleva essere la persona che poi è diventata.

Io, non ho la minima idea di quello che sono, né ho mai scelto qualcosa per diventarlo. Iniziando da una non-scelta che ho fatto cinque anni fa, una specie di scappatoia per ritardare una decisione che è stata comunque presa, ma dalle circostanze e non da me. Con questo non sto dicendo che, tirando le somme, io mi penta di quello che ho fatto. Non sarebbe giusto, e non sarebbe vero.  Perché la realtà è che io ho scelto di non f
are quello che tutti si sarebbero aspettati io facessi - se l'avessi fatto, sarei stata più coerente ma, sono convinta, sarei ora una persona peggiore, e non avrei vissuto le esperienze che ho vissuto e che mi hanno arricchito. Non avrei conosciuto le persone che ho conosciuto, e non sono molti anni che ho capito che sono gli incontri a darmi la possibilità di diventare migliore.

Altro. Mi viene in mente un ambiente, un numero di telefono, che per me saranno sempre legati a un luogo che non esiste più. Ho vissuto il nuovo, ma non abbastanza per riconoscerlo come mio. Le immagini nella mia mente - salvo colpi di scena, che so bene non accadranno mai - saranno sempre legate a quel vecchio posto inesistente. Ci sono luoghi che vengono vissuti più di altri, mantengono nell'aria il respiro e le voci di chi vi ha lasciato un pezzo di sé. Una casa non amata non protegge i suoi abitanti, ma li soffoca.

Le cose, le persone, i luoghi, esistono con tale struggente violenza che è il caso di accorgersene ora, prima che sia troppo tardi.
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martedì, 08 aprile 2008
fieraTorna "Fa' la cosa giusta", la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili organizzata da Terre di Mezzo. Ancora una volta, un modo per incontrare associazioni, gruppi di acquisto, botteghe del mondo, progetti di cooperazione, aziende agricole, agriturismi biologici, prodotti del commercio equo, testate di giornalismo sociale... insomma chi più ne ha più ne metta, tutti all'insegna di scelte di vita etiche.

L'anno scorso a Fieramilanocity c'erano qualcosa tipo 150 espositori, e alla fine i visitatori erano stati 28 mila. Molto carina, bel clima e belle persone, si scoprono un casino di cose. Quest'anno la sezione speciale è "dire, fare... ABITARE", dedicata al tema dell'abitare (a proposito, non c'entra niente cmq sul Corriere di oggi c'era un articolo su una comune ecologica in provincia di Cremona a Cingia de' Botti. Che figata, se mi va tutto a puttane prendo e vado a vivere in una di quelle di Bellinzona, ma lì proprio ti sparano se ti avvicini).

Quest'anno volevo andare a dare una mano - in fiera, non a quelli che sparano a Bellinzona - che è sempre divertente, ma come al solito mi sveglio all'ultimo momento e ormai era troppo tardi, tra l'altro stasera c'era l'incontro obbligatorio con i volontari... va beh, cmq ci vado sabato.
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categoria:milano
martedì, 08 aprile 2008
Proprio carino :-) Mercoledì scorso ho iniziato gli incontri di VareseCorsi sui Nobel della Letteratura. L'idea di partenza era molto interessante (beh ovvio, è per questo che mi ero iscritta... mi ero iscritta pure agli incontri di Islam e diritto, tanto che mio padre voleva scomunicarmi, ma poi questo l'ho lasciato perdere perché era troppo sbattimento): leggere l'opera di sei Nobel della letteratura analizzandone il contesto storico e geografico. Mi presento lì mercoledì alle 18 alla sede di piazza della Motta e tutta la mia baldanza decade. C'eran lì dieci gatti circa e come sempre abbassavo l'età media di quindici anni... poi c'era la conduttrice che, vestita di nero con collana antiquata, calze color carne, mocassini e quest'aria un po' rigida da prof. vecchio stampo non poteva che ispirarmi diffidenza. Che in effetti è aumentata quando fa, affettatamente: "Potete venire a crocettare la presenza". Lì mi sono proprio caduti i coglioni.

Però poi ho dovuto ricredermi, e di brutto. La donna si è proprio trasfigurata parlando di quello che la appassionava, davvero. Così, è stato bello volare in un Cile estesissimo, di varietà geografica straordinaria, dalle foreste a Capo Horn, flagellato dai terremoti e dalle guerre civili, soprattutto nel Nord conteso con la Bolivia. E' qui che una bambina figlia di campesinos viene prima abbandonata dal padre, maestro elementare che se ne va a suonare la chitarra di fiera in fiera dimenticandosi la famiglia, e poi mandata a studiare lontana da casa, alle magistrali di La Serena. Perché era molto dotata, e fare la maestra era la massima aspirazione per una donna (mi viene in mente La maestra di Vénus Khoury-Ghata che avevo comprato ai tempi alla fiera del libro di Torino). Ma qui cominciano i problemi. Perché lei è una contadina, e quello è un ambiente borghese. Perché lei è figlia di poveri, fuma, è ambiziosa e osa scrivere poesie sulle riviste locali (cosa assolutamente disonorevole, naturalmente). La cacciano. Ma lei ce l'ha qualcosa da dire: «Farò da sola».

Detto, fatto. Si interessa di letteratura, legge Ruben Darìo, Tagore, ma anche i russi e gli italiani (sembrerà strano, ma D'Annunzio era amatissimo oltreoceano per vitalismo e raffinatezza; Gabriela è uno pseudonimo che ricalca proprio il nome di D'Annunzio, Mistràl è un Nobel francese del 1908 ma anche il vento caldo francese). Diventa maestra, una maestra eccezionale tanto che il Ministero poi la sposta alle superiori. Neruda ricorderà questa figura di vestale dai vestiti color sabbia, da cui traeva i libri con cui nutriva la conoscenza dei suoi allievi.

Ma succede una cosa. Che le rovinerà tutta la vita. Romeo Ureta, il fidanzato, si suicida la notte prima delle nozze. Giocatore, scopriranno i critici decenni dopo. Ma lei non lo saprà mai. Lei sa solo che è morto l'uomo cui aveva dedicato la vita, e un verso che è - io credo - la cosa più bella che una donna possa dire a un uomo: «Se tu mi guardi, io divento bella». Di qui un lutto che le durerà tutta la vita. La salvano il lavoro di maestra e la poesia, attraverso cui cercherà sempre la sublimazione del dolore. «Una che era in me, la uccisi: non la amavo». Nel 1932 diventa diplomatica e rappresenta il Cile all'estero, anche se la faranno sloggiare da Napoli perché troppo "sindacalista dei poveri". Vince il premio Nobel nel '45, ma ormai nessuno se la ricorda più. Lontana nel tempo, cilena, donna: il mix è perfetto per essere dimenticata. Oggi è introvabile nelle librerie. Ma penso le interesserebbe poco: «Sono vissuta molto sola ovunque», diceva.

La sua è una poesia molto latina, rigogliosa e lussureggiante, un po' alla Neruda e Marquéz. Dai primi lavori, in cui racconta in poesia il lavoro dei contadini dando voce alle loro mani e ai loro attrezzi, più tardi all'amore per i bambini, alla terribile consistenza del dolore: è tutto molto fisico, e straordinariamente attuale e originale. Se un giorno, per caso, un tal Federico Deonis della Columbia University non ne avesse letto e fatto pubblicare i sonetti, di lei non sapremmo nulla (vedi qualcosina qui, ma c'è ben poco anche in rete).
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categoria:libri, varese, nobel della letteratura