venerdì, 30 maggio 2008

Il richiamo era in prima pagina ma tra gli allarmi sull'indulto quotidiano e la banda del Pigneto, “Il Papa benedice il clima nuovo della politica” sembrava piuttosto innocuo. Relativamente, s'intende. Vai a pagina 10 e ti vedi “Il Papa benedice il dialogo. Più soldi alle scuole cattoliche”. Chiaramente inizia a salirmi il nervoso e già volevo evitare di leggere tutto l'articolo, visto che me ne stavo sul bus nel mezzo del casino avevo una fame incredibile e volevo evitare di farmi del male. Alla fine sui tornanti di Grantola me lo sono letto lo stesso, e se la scelta per il viaggio di ritorno era tra leggere Repubblica – che è un po' scomodo – e andare avanti con Sistema scolastico e disuguaglianza sociale, il risultato è stato sorprendentemente lo stesso.

«In uno Stato democratico, che promuove la libera iniziativa, non sembra giustificarsi l'esclusione di un adeguato sostegno all'impegno delle istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico», dice Ratzinger. Allora, sarò buona. Tu sei una libera iniziativa (appunto!), fornisci un servizio di qualità, ti fai pagare una quantità di soldi esorbitante per le rette (si parla di rette annuali che vanno dalle 2.500 alle 3.500 euro per le scuole, ovviamente escludendo le università). E quindi che cazzo vuoi ancora?! Il diritto all'istruzione è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, la scuola pubblica è un servizio gratuito dello Stato per garantire alla collettività di godere di questo diritto. E il problema cronico della scuola pubblica è la mancanza di fondi. Quindi, giustamente, che cosa dobbiamo fare?! Togliere i soldi alla scuola pubblica per andare a finanziare le private?!

Con questo non dico che non debba esistere il diritto di scelta. Se uno vuole andare dai salesiani che lo faccia: si faccia la sua analisi costi/benefici e si decida. Io avrei qualcosa da dire sul presunto valore aggiunto del privato, nel senso che ho sempre fatto le peggiori scuole pubbliche, dalle diroccate elementari di Rancio Valcuvia al Bronx delle medie di Cuveglio e quando sono arrivata al Cairoli per preparazione avrei potuto tranquillamente sputare in un occhio a tutti i vari ex-salesiani, ex-rosetum, ex sarcazzo (come direbbe mio nonno falegname se fosse qui, “è la qualità del legno”).

Ma il peggio viene dopo. «Sarebbe stimolante per tutti la competizione fra centri formativi», dice sempre Ratzinger. Formigoni aggiunge «Sul terreno dell'educazione, soprattutto, per garantire un futuro all'Italia è necessaria un'iniezione di qualità che si ottiene anche introducendo il principio di concorrenza». Scusa, ma stai male?! A parte il fatto che l'istruzione non è una marca di merendine da collocare sul mercato, anche se ultimamente soprattutto per le università sembra sia così ormai. Tu per migliorare il servizio pubblico già pericolante di per sé gli togli i soldi per finanziare i suoi concorrenti, e così lo incentivi ad alzare la qualità? Ma sei, scemo?! Lo stimoli ad andare a puttane, magari. Come si possa aumentare la produttività senza risorse, lo sai solo tu. O meglio, lo si sa: allora la scuola deve davvero trasformarsi in una ditta di merendine (e non c'è un cazzo da ridere, visto che a vedere in Usa le scuole e le università pubbliche sponsorizzate dalle multinazionali a me fa un po' rabbrividire, vedi ricerche di laboratorio insabbiate per discordanze con lo sponsor).

Come fanno a non girare i coglioni, cazzo. Come accennavo prima, consoliamoci: l'università pubblica non ha i soldi?! Chissenefrega. Aumentiamo la competitività creando corsi inutili-specchietto per le allodole, facendo operazioni di marketing, così attiriamo iscritti e arrivano le rate e i soldini... come accade in certe "prestigiose" uni private.

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categoria:religione, attualitĂ 
giovedì, 29 maggio 2008
Altro che San Siro. Altro che Giro d'Italia (vedi qui lo storico passaggio di oggi a Rancio Valcuvia). Se volete vivere un'esperienza di sport e tifo indimenticabile, dovete venire a Cuvio.
Questa è una storia non troppo recente, ma merita (mi fu raccontata questa sera qui). Cuvio, campo sportivo. Partitella di calcio, squadrette informali, amichevole (vedremo poi cosa significhi ciò). Ggiovani che ggiocano. Due di loro, però, giocano ubriachi, e continuano a fare falli, che contestano violentemente. "Evadono" il campo finendo in mezzo al pubblico, aizzando gente, e sarà
questa la madre di tutte le catastrofi: evidentemente ben disposti a livello ormonale, tra quasi tutti gli spettatori della partita si diffonde la violenza più estrema. Si verificano scene alla Bud Spencer: gente che si prende a mazzate, amici che spaccano sedie in testa ad amici. Ci finiscono in mezzo pure i ragazzini, a un certo punto non si capisce più neanche chi stia pestando chi, e di certo non il perché. Uomini grandi, grossi e cattivi di Cxxxxxxxx, che solitamente non hanno paura di niente e di certo non han problemi ad alzare le mani, non riescono a raccontare l'episodio senza essere soffocati dalle risate tanto era surreale, ma all'epoca non ridevano più di tanto. Un mio conoscente, che era tra i giocatori, non ebbe il coraggio di muoversi dal campo.
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categoria:valcuvia
domenica, 25 maggio 2008

Raccolgo l'invito di Bosina e scrivo anche io il mio Meme dei sei piaceri!!! Che non è il Meme del Circolino di Biumo :-) ma una cosa molto carina: si raccontano sei cose che ci piacciono, e poi si invitano altri sei blogger a fare altrettanto. Così, ci si conosce meglio... e magari si conoscono nuovi blog. Tra poco vado a lanciare l'invito a:
- Franz12
- Il Gibbone
- Kansh
- Pausello
- Matte sballate
- Dr. Eve

Iniziamo :-)

Mi piacciono tanto le serate passate su tavolate di compagnie grezze, allargate e rumorose, se sono tutti o in gran parte uomini meglio, l'importante è sfidare la soglia degli schiamazzi notturni. Dove? In locali grezzi (non si salva quasi nessuno a Varese, a parte i Circolini, la Vineria, il King's Cross), feste della birra (vedi la prossima a Travedona), a casa di qualcuno, anche il mio garage alle mie feste di compleanno ha sempre fatto il suo dovere. Rimpiango le feste nei boschi, è da tanto che non se ne fanno :-( chissà quest'estate...

Mi piace il momento dell'aperitivo, verso sera, con i miei amici. Il mio aperitivo perfetto è Prosecco al Forever di Ispra, un posto fantastico dove insieme all'aperitivo ti portano tantissimi stuzzichini (anche assaggi di primi!), un ambiente molto rilassante e rassicurante (sì, lo so che questo è word-of-mouth-marketing... ma non ci posso fare niente, se devo davvero parlare delle cose che mi piacciono di più :-) ). Tra parentesi, che ridere, mi sono accorta adesso che la mini-presentazione di quel locale l'ho scritta io due anni fa quando avevo scritto per qualche settimana per 2night prima di stufarmi, che tipi improbabili che ci lavoravano :-)

Mi affascinano gli incontri casuali. Persone sconosciute, bozze di discorsi in treno, metro, autobus, scambi estemporanei, a volte lampi di empatia e condivisione, con persone interessanti che sai bene non rivedrai mai più. Ma qualcosa di loro, è diventato parte di te. Mi viene ancora in mente la ragazza incontrata per caso su un autobus a Lecce, mentre stavo andando all'università per parlare ad un prof. del luogo della mia tesi (sui generis come tutti i miei progetti, è anche on line qui). Era una bella persona e mi è piaciuto molto, per dieci minuti, parlare con lei come ad un'amica. La ricordo perché quando scesi dall'autobus mi sorrise dicendo: «Magari ci rivedremo ancora... chi lo sa». Ciao, ovunque tu sia.

Mi piacciono i lavori ben fatti. Sono una persona molto precisa e mi piace molto la sensazione di aver fatto qualcosa bene e con cura. Penso che il lavoro sia importante tanto quanto le relazioni nell'auto-realizzazione di una persona, per questo motivo mi piacerebbe davvero lavorare nelle politiche attive del lavoro, perché mi permetterebbe di unire il lavoro all'impegno sociale, dettaglio che mi aveva spinto anche a provare a fare un altro lavoro, che però ho quasi definitivamente messo da parte per ragioni di inadeguatezza personale, accompagnata da circostanze sfavorevoli contingenti (ricordo ancora quanto sia vero quello che ho scritto qui: che persona sarei se fossi nata a 15 km da qui, se avessi una macchina, se...? Sono sfumature sottili che determinano il corso degli eventi). Post scriptum: fare questo mi potrebbe servire? Vedremo.

Adoro leggere, fin da quando ero piccola. Sono una lettrice onnivora, leggo tutto quello che mi capita tra le mani, in genere però preferisco i classici. Il mio scrittore preferito è Milan Kundera, consiglierei a chiunque L'insostenibile leggerezza dell'essere e L'ignoranza. Gli unici generi che non sono mai riuscita a leggere sono i fantasy (anche i film non riesco proprio a guardarli, mi annoio molto), i libri di fantascienza e di avventura. Come per i film, diciamo che non mi piace l'azione, non ho mai capito perché ma mi annoia. Il momento più bello è quando, leggendo il passo di un libro, mi rendo conto che l'autore è riuscito a illuminarmi con un'idea cui non avevo mai pensato prima. O quando riesce ad esprimere con parole un'idea che era sepolta da qualche parte nella mia mente ma io non sarei mai riuscita a comunicare: un abbozzo, una “sensazione”, un'intuizione che a partire da quel momento per me può esistere in una forma compiuta e razionale. Mi piace tantissimo anche lo shopping di libri (l'unica forma di shopping che non mi crea reazioni allergiche... di fronte alle vetrine del centro o nei centri commerciali vengo sempre colta da attacchi di irritazione e noia).

Dulcis in fundo. Mi piace scrivere. Mi piace scrivere declinando il concetto a 360 gradi, dalla scrittura creativa, al diario, alla relazione, all'articolo, al post. Per me scrivere è terapeutico, liberatorio, in ogni sua forma. Sarei in grado di sentirmi meglio anche dopo aver scritto dieci righe di burocrazia. Sto male se non scrivo. Il fatto che questo blog sia stato creato il 3 gennaio 2008, non è un caso :-)

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sabato, 24 maggio 2008

neruda«La sua è una scrittura che diventa popolo. E' l'ultimo poeta epico, che ci racconta la memoria di lotta e di speranza del Cile». E' questa la motivazione dell'imprevedibile Nobel a Pablo Neruda, l'anti-accademico, il bardo cileno che contro la prospettiva di una poesia elitaria aveva fatto una vera e propria scelta politica, che rifiutava una cultura vista come esercizio di potere. Un poeta che ebbe particolare fortuna in Italia: fu scoperto negli anni '70 dagli studenti per le sue poesie d'amore, così intense, così carnali e lontane dalle odi alla donna angelicata dei poeti italiani (vedi "20 Poesie d'amore e una canzone disperata", o la bellissima “Piccola America”). Lui stesso, del resto, per diverso tempo visse a Capri, dove scrisse il “Crepuscolario” e “I versi del capitano”.

Neruda nasce nel 1904 vicino a Temuco, nella piovosa e montuosa parte meridionale del Cile. Il suo, Paràl, è un piccolo villaggio. Il padre è assente, la madre muore dopo il parto. Sarà una matrigna a farlo crescere serenamente. Tra i temi della poesia di Neruda, ricorre proprio il tema della perdita della madre: nel suo Cile, “balcone vulcanico e stretto”, la terra si fonde col ricordo della madre. Elementi simbolici che diventano surreali, in uno scrittore che oscilla tra il surreale e il barocco.

buenosaires4L'interesse del giovane Pablo verso la cultura nasce spontaneamente, anche se ricorderà con gratitudine gli insegnamenti della Mistràl: «Per me i libri furono come la selva in cui mi perdevo e in cui continuai a perdermi». Nel 1920 si imbarcherà in una vera e propria avventura: in un momento molto difficile per il suo paese, negli anni della crisi economica post-prima guerra mondiale e dei colpi di Stato, con masse vaganti di disoccupati, diventerà ambasciatore del Cile. Viaggerà in Oriente e poi in URSS, fino ad arrivare in Spagna, un paese che gli sarà molto caro anche per le numerose somiglianze con il suo paese di origine; qui frequenterà un gruppo di giovani intellettuali molto attivi, con Garcìa Lorca fonderà il circolo “Il cavallo verde”, e durante la guerra civile spagnola rifiuterà totalmente la dittatura, scegliendo la sinistra. In seguito si iscriverà al Pc cileno.

Neruda ritorna in Cile nel 1945. Nel '50 inizia a scrivere il “Canto generàl”, un'opera in cui cercherà di raccontare tutta la storia del Cile tra epica, ironia e denuncia sociale. Sono le voci del popolo a parlare. Arriva il periodo del grande tradimento: Neruda si dedica anima e corpo al sostegno del futuro presidente Videla, gli fa campagna elettorale, durante le serate politiche legge le sue poesie e appassiona il popolo, capisce che la poesia deve avere un senso sociale. Ma Videla si allea con gli Usa. Il Pc cileno viene messo fuori legge, Neruda espulso; in esilio, passerà prima nel sud del Cile, poi in Argentina, di qui in Europa.

Torna in Cile nel 1953, scrive “Le odi elementari”: una sorta di “evangelario” laico che canta le cose di tutti i giorni. Che rivela il suo ideale più profondo: non esiste una “graduatoria” di elementi di poesia, tutto può essere poesia. La poesia sta in chi scrive, non nell'oggetto, come s'illude la visione europea, ed è anti-accademica e anti-scolastica. «Non è misteriosa, non è magica: è di pubblica utilità». Per Neruda conoscere è uscire dai confini: noi non capiamo perché non abbandoniamo i nostri schemi mentali, per uscire da noi stessi ed incontrare davvero l'Altro. Ma è un rischio anche essere sempre “fuori”, turisti della vita: io esco da me stesso per poi ritornarvi, arricchito dalla mia nuova esperienza.

pablo_nerudaTriste la fine del poeta cileno. Dopo aver fatto campagna elettorale per Allende e averlo fatto vincere, conquista il Nobel e si ritira, malandato, sull'Isola Negra. Qui, dopo il colpo di Stato di Pinochet, le nuova moglie Matilde Urutria cerca di nascondergli la situazione. I funerali di Neruda saranno sorvegliati dalla polizia: chiunque vi partecipi, sarà sospetto di essere un sovversivo.

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categoria:libri, nobel della letteratura
martedì, 20 maggio 2008
labirinto"Per il giovane lavoratore e per la giovane lavoratrice, per la coppia appena sposata, non c'è alcuna garanzia di una maturità serena e sazia, né di una vecchiaia dignitosa. Possono lavorare quanto vogliono, il loro futuro continuerà a essere incerto. E' solo una questione di fortuna, tutto dipende da cose su cui loro non hanno alcun controllo."

tratto da "La precarietà della vita" in "IL POPOLO DEGLI ABISSI", di Jack London, 1902

Un grazie ai Precari di Cepu che introducono il loro blog con questa frase.

E' tutta questione di casualità, di attimi che seguono altri attimi casuali, da cui sono determinati in modo inesorabile e feroce. Così, quella che è una circostanza minima e irrilevante finisce per innescare una catena di eventi altrettanto insignificanti, che si susseguono in una logica serrata, fino ad una conclusione definitiva e irreparabile. Siamo tanti piccoli Eracle di fronte ad infiniti crocicchi, ma non vi è scelta. Storditi ci inoltriamo, come drogati di alienazione, in un labirinto di possibilità che si chiudono alle nostre spalle. Quelle che erano due strade vicinissime, intercambiabili, distinte da una sfumatura lieve come una carezza, finiscono per allontanarsi a distanze abissali. Come è possibile dare alla forma contingente del proprio esistere un valore univoco, quando ne è stato motore immobile un evento fortuito?
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domenica, 18 maggio 2008

pasternak_15_dec_1958_timeNon chiamatelo “Quello del dottor Zivago”, please. A sorpresa, per me che non lo conoscevo se non di nome, Boris Pasternak si rivela un mondo complesso, fatto di mille sfaccettature: poesia, futurismo, rivoluzione, censura.

Lo zio Boris nasce a Mosca nel 1890, da una famiglia di intellettuali di origine ebraica. Il padre è un pittore e professore universitario, grande conoscitore di storia dell'arte, la madre è una pianista affermata. Lui è un abilissimo teorico della musica e della matematica, non è però all'altezza della madre a livello strumentale. Trova così una sua nicchia personale: lo studio della filosofia e della filologia (mi viene in mente lo zio Friedrich quando si accorge di essere portato un po' per tutto... e per niente, il non avere una passione lo rende un poliedrico ma – a suo dire! – mediocre. Poi anche questo zio è andato a fare Filologia e questo non può che renderlo caro alla sottoscritta, che è capace di fare tutto e niente ed è una filologa mancata visto che fino all'ultimo avrebbe dovuto fare Lettere antiche). Studia a Marburgo, dove conosce Rilke e i suoi esperimenti di musica e poesia. Fa il famoso “viaggio in Italia”, appuntamento imperdibile per i giovani borghesi tra '700 e '800, che completavano così la loro educazione, va a Milano, Firenze e Venezia (e, descrivendo ciò che vede, tinteggia quadretti curiosi: «il vaporetto sudava e ansimava, si asciugava il naso e si strozzava»).

Tra il 1912 e il 1914, in Russia, domina la versione russa del simbolismo. Pasternak frequenta i salotti letterari dell'intellighenzia russa, conosce Alexander Blok, verso cui nutrirà una grandissima ammirazione per la nobiltà con cui si dedica anima e corpo agli ideali rivoluzionari, senza compromessi: lui stesso rimane colpito dalla Prima Rivoluzione del 1905, si impegnerà nella Rivoluzione d'ottobre. Conosce i Futuristi russi, e qui è necessaria una precisazione. L'idea futurista, infatti, nel contesto russo verrà sfruttata anche per sostenere la rivoluzione. Ma parlando di “Futurismo” ci si riferisce a molto di più di sosia russi di Marinetti (già il Futurismo italiano lo conosciamo per stereotipi, cmq...), ci sono infatti ben quattro grandi gruppi futuristi, dall'”Ego Futurismo” al “Cubofuturismo”, passando per “Il mezzanino della cultura” e il “Movimento di centrifuga”, che è quello di Majakowskij,. Anche lo zio Boris partecipa, scrive poesie, scrive il racconto “L'infanzia di Zenia Iuvers”, e ben due autobiografie: nel 1931 la prima, “Il salvacondotto”, poi la seconda dopo il casino che seguirà il Dottor Zivago.

«Il fine della creazione è dare tutto di sé»

ildottorzivagoSarà solo tra il 1946 e il 1956 che si dedicherà al Dottor Zivago, il suo primo e unico romanzo (vedi famoso pippone di David Lean), che viene pubblicato per la prima volta da Feltrinelli tra grandi difficoltà, ma in patria arriverà solo decenni più tardi: erano troppi i lati oscuri della Rivoluzione raccontati nell'opera, che pure non è ideologica. In URSS, infatti, a causa del romanzo Pasternak viene accusato di vilipendio alle due rivoluzioni, radiato dall'Associazione degli scrittori, deve rinunciare al Nobel e fare autocritica. Finisce per trasferirsi nella zona di campagna di Peredechino. Che cos'è che non gli hanno perdonato? La sua onestà intellettuale. Il suo rifiuto ad aderire acriticamente ad un'ideologia. Per dire: i Russi leggeranno “Il dottor Zivago” solo nel 1988, dopo la Perestrojka.



Da Wikipedia la rocambolesca vicenda del Nobel: «
Proprio l'assegnazione del premio scatenò una vicenda singolare che vide il coinvolgimento dei servizi segreti occidentali. Infatti il regolamento dell'Accademia Svedese, ente designato a scegliere il vincitore del Premio Nobel per la letteratura, prevede che per ottenere il riconoscimento, l'opera in questione debba essere stata pubblicata nella lingua materna dell'autore, requisito di cui Il dottor Ĺ˝ivago ovviamente difettava. Pertanto, a pochi giorni dal momento in cui l'assegnazione avrebbe dovuto essere resa nota, un gruppo di agenti della Cia e dell'intelligence britannica riuscì ad intercettare la presenza di un manoscritto in lingua russa a bordo di un aereo in volo verso Malta. Obbligarono cosi l'aereo a deviare, per entrare in possesso momentaneamente del manoscritto che, fotografato pagina per pagina, fu precipitosamente pubblicato su carta con intestazione russa e con le tecniche tipografiche tipiche delle edizioni russe. Questo lo stratagemma per consegnare il capolavoro perseguitato alla verità e al merito del Premio Nobel».
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categoria:libri, nobel della letteratura
mercoledì, 14 maggio 2008
Versione casereccia di "Non aprite quella porta". Non che io pensi che qualcuno di voi debba transitare - o, peggio, che orrore! - parcheggiare a Rancio Valcuvia. In caso, sappiate che in paese ignoti hanno bucato le gomme già a due macchine, una sul parcheggio del cimitero e una a Cantevria. Non le ho viste io personalmente, se no saprei darvi dettagli più precisi: di certo, in un caso erano due le gomme tagliate.

E' un po' una strategia della tensione ;-)

Stamattina, invece, sono stata risvegliata alle sei del mattino dal vecchietto che ha una specie di orto nel prato davanti a casa mia. Urlava, inseguendo con un forcone un animale indistinguibile che gli era capitato nell'orto. Alla richiesta di che cosa diavolo fosse, il mitico (anzi, mitologico...) S. ha gridato una sequela di parole incomprensibili in siciliano semi-stretto. Secondo lui era un cinghiale. Ma dato il verso che mi pare di aver sentito, sembrava piuttosto una volpe. Comunque, se vi piacciono i salamini di cinghiale, è qui che dovete venire. D'estate, quando il mais è alto e di notte si lasciano aperte le finestre per il caldo, a volte si sentono i loro zoccoletti che zampettano e corrono tra le file del campo.
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categoria:valcuvia
martedì, 13 maggio 2008

keio_bus_stopChe cosa succede quando una donna sola è alla fermata ad aspettare il bus, verso sera? Vediamo. Non serve essere particolarmente avvenenti. Basta avere meno di 50 anni ed essere sotto gli 85 kg, apparentemente.

Allora. Sono quasi le otto di una sera di maggio. Tutto è tranquillo, l'aria si sta facendo frizzante, ultimi strascichi di aperitivo. Tipa vicino al cartello con gli orari dell'autobus. Dal parcheggio parte una Hyundai coupé rossa fiammante, quando passa davanti alla tipa il tizio giovane alla guida accelera a tutto gas e sorride con intenzione. Pochi istanti dopo, una Panda bianca scassata guidata da un vecchietto si muove dal parcheggio... e sì, anche lui accelera con intenzione, ma non sorride.

Minuti. Una macchina scura passa sulla strada vicina, qualcuno suona il clacson. Immediatamente si levano latrati dal cancello della villetta adiacente: un enorme cane peloso ha deciso di esprimersi, non si sa se infastidito dal rumore o stimolato dal clacson a dire anche lui la sua, formulando un apprezzamento.

Poi, vicino alle fermate degli autobus ci sono sempre 2 + n albanesi. Loro quando vedono una donna ridono. Cioé, è quello che succede a me. Forse la femminilità ha per loro connotazioni comiche. O forse sono io che dovrei farmi delle domande.

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lunedì, 12 maggio 2008
483px-Antigoneleigh«Qual è la radice della democrazia? Può veramente la comunità garantire i diritti del singolo? Quale futuro attende chi si pone al di fuori dei confini etici e ideologici di una comunità civile? Chi vincerà, nello scontro tra individuo e polis?
I temi dell’Antigone di Sofocle, riletta da Walter Le Moli con l’apporto della nuova e moderna traduzione di Massimo Cacciari, tornano a far riflettere su interrogativi insolubili. 

Nata dall’unione incestuosa tra Edipo e la madre Giocasta, la fiera principessa Antigone difende il diritto di concedere sepoltura al fratello Polinice, colpevole di aver dato l’assalto alla città di Tebe per strappare il trono a Eteocle, fratello di entrambi. Creonte, zio dei ragazzi e reggente della città dopo la morte di entrambi i figli maschi di Edipo, concede riti funebri al solo Eteocle, lasciando insepolto il cadavere di Polinice, reo di aver attentato alle istituzioni cittadine. Sarà Creonte a trionfare a caro prezzo e con lui la città con le sue regole.»

(tratto dal sito del Piccolo Teatro di Milano)

Uffaaa!!! Tra il 27 maggio e il 1 giugno al Piccolo ci sono io!!! C'è l'Antigone di Sofocle tradotta da Cacciari, e io ci voglio andare e non posso!!! E non ho la macchina e nessuno mi ci porta!!! E non c'è nessuno che mi vuole bene e viene a teatro con me!!! Lancio questo disperato appello sul web, non si sa mai che con Google per qualche motivo capita qui qualcuno interessato (non è impossibile, prossimamente posterò qualcosa sulle parole chiave con cui la gente arriva sul mio blog... surprise!!! :-) ).

Va beh. Cmq potete leggere quello che faccio anche qui, anche se è molto più triste che leggere un libro.
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lunedì, 12 maggio 2008
I problemi strutturali della PA non sono la corruzione, le logiche clientelari, gli immani sprechi inutili spesso e volentieri promossi dalla politica. Sono gli impiegati esecutivi che timbrano il cartellino e vanno a bere il caffé al bar. Io non me ne ero accorta, chiedo scusa pubblicamente.

Scherzi a parte: lo so benissimo che il problema esiste, e va combattuto drasticamente (a parte il fatto che alcune scene mi sembrano un po' folkloristiche e costruite ad hoc, io di certo non ne ho mai viste né sentite indirettamente). Ma suona tutto un po' troppo demagogico. Ci sarà da giustificare qualche taglio imminente. Cmq volevo ricordare che le pagelle on line a me vanno anche bene (anche se sono contenta di aver finito, se no i miei 10 in latino e greco tendevano ad assumere un formato binario 1-0),
solo che il 30% delle famiglie in cui vive almeno un minorenne non possiede un pc e oltre il 40% non accede ad Internet da casa.

L'articolo di Repubblica

L'articolo del Corriere

L'articolo della Radman
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categoria:lavoro, attualitĂ