sabato, 28 giugno 2008
Non che la cosa sia particolarmente rilevante, e tuttora mi sto chiedendo che cosa me ne farò, comunque. Sono iscritta all'Albo dei Giornalisti - Elenco Pubblicisti (Ordine Regionale della Lombardia) dal 20 marzo 2008, numero di tessera 127167. Mi sono fatta mandare ora il tesserino via posta perché non riuscivo mai a ritirarlo a Milano.
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martedì, 24 giugno 2008

Ortakoy_Istanbul«Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere».

Turchia. Istanbul. Una città brulicante di vita, divisa in due sulle rive del Bosforo. Un uomo lacerato tra due mondi, Oriente e Occidente si fronteggiano in lui come nell'anima collettiva del suo popolo. Orhan Pamuk, premio Nobel della Letteratura nel 2006, è il primo a portare alla ribalta la letteratura turca in Europa: prima di allora assolutamente sconosciuta, se non per le opere di Nazim Hikmet e Yazar Kemal. Paradossalmente, la visibilità di Pamuk – e quindi della Turchia – è strettamente legata a un “vilipendio” allo Stato turco. Pamuk acquistò visibilità internazionale solo dopo aver ammesso pubblicamente il genocidio degli Armeni da parte della Turchia, tema tabù che lo costrinse a un processo poi sospeso per le pressioni dell'Unione Europea, che non gli eviteranno però di essere minacciato dai Lupi Grigi e di dover emigrare per un periodo negli Usa.

«Forse noi amiamo il posto in cui viviamo perché non abbiamo un'altra soluzione... poi però dobbiamo trovare il motivo per amarlo».

Istanbul è per Pamuk molto più della città in cui è nato, cresciuto, vissuto, da sempre nella casa in collina sulle rive del Bosforo. Come rivelerà, è questa città che gli permette di essere se stesso – senza di lei, senza le sue vie oscure e contorte, i quartieri popolari, le tracce di un mondo complesso in cui si mescolano il folklore orale, la raffinata cultura di Costantinopoli e la tradizione persiana, non sarebbe uno scrittore. Ad essa dedica il suo ultimo romanzo, “Istanbul”, un vero e proprio atto d'amore ma anche un'analisi politica e sociale della Turchia post-moderna.

donna_con_velo-0668aBiografia, storia, filosofia, analisi sociologiche. C'è tutto nei romanzi di Pamuk, da “Neve” - complesso romanzo politico tutto imperniato sulla vicenda di un gruppo di ragazze che si suicidano perché è stato loro impedito di portare il velo – al “Castello bianco”, il suo primo libro, in cui un matematico occidentale e un astronomo orientale, costretti a lavorare insieme, vivono un complesso rapporto di odio e diffidenza, ma anche fascino e complementarità.

Personalmente avevo iniziato a leggere “Una nuova vita”, confesso che quasi a metà mi sono arenata (a parte che ho dovuto riportarlo in biblio a Varese che mi era scaduto, tra un po' metteranno la mia faccia sbarrata sulla porta col divieto di accesso...), prima o però voglio assolutamente finirlo. E' la storia di uno studente turco di ingegneria, la cui vita all'occidentale viene stravolta da un libro che lo condurrà in un lungo peregrinare per la Turchia, tra paesi rurali e tradizioni popolari, fino ad entrare in contatto con una misteriosa cospirazione di turchi che vogliono battersi contro gli stili di vita occidentali che stanno distruggendo la cultura del paese.

Verso l'occidentalizzazione, con alle spalle la disgregazione di un impero. In Pamuk è forte l'”Uzum”, quella tristezza turca che non è soltanto malinconia individuale ma è il senso di inadeguatezza esistenziale di tutto un popolo. Un'insicurezza che lo scrittore ha vissuto profondamente anche da bambino, quando – come altri suoi concittadini – contava le navi che passavano nel porto, alla ricerca di un controllo perduto. Ma in mente, resta un pensiero terribile che Pamuk attribuisce a se stesso bambino: «Io pensavo che la famiglia fosse un gruppo di persone che fingono di essere felici, per sentirsi sereni, sicuri, amati».

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categoria:nobel della letteratura
mercoledì, 18 giugno 2008
Mio ex-ex-fidanzato: «Ma non sei orgogliosa di smuovere gli ormoni di una piccola comunità della Valcuvia?» (rif. al preoccupante numero di avances più o meno grezze ed esplicite che sto ricevendo dalla compagnia di Cxxxxxxxx in questo periodo, sarà il clima. Siamo a quota cinque uomini)
NO. La risposta è NO. Cazzo basta. Aiuto

Ps c'è pure questa spassosa domanda su Answer
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categoria:frasi storiche, valcuvia
lunedì, 16 giugno 2008
B. (guardando una foto su Internet): «Questa mi dà della roia scandinava... di quelle che vanno con i vichinghi....»
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categoria:frasi storiche
giovedì, 12 giugno 2008
Questa devo raccontarla per forza. Era già qualche giorno che non mi sentivo in forma, ma tra ieri e l'altroieri avevo avuto la netta percezione di un precoce e accelerato disfacimento fisico senile. In una notte mi era comparsa una cosa che sembrava una pallina di grasso, che poi sono diventate due (ovviamente ho pensato al peggio, come mia abitudine), in più sulle gambe mi erano apparsi strani puntini rossi che ho bollato immediatamente come cellulite (ok che non l'ho mai avuta, ma così tutta d'un colpo mi sembrava un po' strano...). Avevo una strana macchia sulla mano sinistra. Mi guardavo e pensavo ad una vecchiaia precoce, giuro che a un certo punto sono pure andata alla ricerca di zampe di gallina vicino agli occhi.
Totale: ho la rosolia. Sì, alla "tenera" età di 23 anni mi sono presa la rosolia.
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giovedì, 12 giugno 2008
«(...) E poiché la metropoli, non importa se occidentale o orientale, figura come il luogo in cui più acutamente s'insinua la melanconia dello sradicamento, corriamo ai ripari. Al posto della coscienza di classe e dell'ideologia politica - defunte - mettiamoci una comunità etnica, un'affiliazione calcistica o finalmente una qualche chiesa, magari nella veste così attuale della chiesa dei movimenti. Avremo così dei martiri e dei sacrari da onorare, delle persecuzioni in cui immedesimarci, degli spazi di agibilità da rivendicare. Perché la nostra consolazione - parziale, transitoria - si realizza comunque nel passaggio dall'identità individuale a quella collettiva. E di questi tempi le identità collettive, per maledizione storica generalizzata, si fondano tutte sulla ricerca di un qualsivoglia passato anziché sull'aspirazione a un futuro. Perfino il comunismo al massimo si rifonda, ma sempre nel culto degli albori. (...)

(...) Proprio così, c'è un evidente fattore depressivo in questo patologico generalizzato rivolgersi al passato come armatura delle nostre fragili identità. La depressione come nuova malattia di civiltà di massa adesso impaurite dalla propria medesima dimensione promiscua, stressate da conflitti inattesi, colpite dalla proliferazione del cancro, esposte all'incubo del terrorismo, rose internamente da una pulsione nichilista.»

Insomma, a me Gad Lerner non è che stia molto simpatico. Ma ditemi voi se queste righe non centra il bersaglio in pieno (sono tratte dal suo libro Tu sei un bastardo). Perché alla fine siamo tutti bastardi, non purosangue con un'unica/univoca identità, etnica, sociale, eccetera. E meno male!
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sabato, 07 giugno 2008
Insomma, ogni tanto è bello anche avere volumi "belli" da mettere in biblioteca, e non solo libri usati, vecchi e polverosi :-) Questi due (veri e propri libri d'autore, soprattutto il secondo eheh) li ho comprati venerdì pomeriggio, mi sono fermata a Varese dopo aver finito all'uni...

9manifesti1948Il primo è il bellissimo catalogo della mostra
"1948 e dintorni. Manifesti politici Immagini e Simboli dell'Italia repubblicana", realizzata dall'Istituto di Studi Superiori dell'Insubria Gerolamo Cardano, con il contributo del Comitato per il decennale dell'Università dell'Insubria (eh sì! compie dieci anni quest'anno :-) ) e dell'International Research Center for Local Histories and Cultural Diversities.
La mostra è carinissima, il cuore è l'infuocatissima campagna elettorale italiana del 1948 tra Dc e Pci, ma i manifesti spaziano anche dalla scelta tra repubblica e monarchia del '46 alle elezioni del 1953. L'ho trovata non solo interessante ma molto divertente... a leggere alcuni manifesti viene da ridere pensando all'ingenuità di certe immagini e slogan, nonostante la reale violenza del dibattito... bisogna vederli, una ventina sono ripresi dalla galleria fotografica dell'articolo di VareseNews che ho linkato sopra... cmq bellissimi tipo quello della Dc dove si vede un orso rosso con falce e martello, con uno scarpone e un piede nudo, che sta per saltare sull'Italia: "Attenzione! Il comunismo ha bisogno di uno STIVALE", quello del Pci dove si vede un rospo con sul dorso uno scudo crociato: "Non ingoiatelo! dovreste poi tenervelo sullo stomaco per 5 anni"... senza dimenticare le
vignette di Guareschi per la Dc, dalla famosa "Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede Stalin no" alla disarmante "
Contadini non votate per il Fronte! Lo stato comunista metterà il contatore anche alle vostre galline"
La mostra sarà nel salone di rappresentanza dell'Insubria (via Ravasi) fino al 20 giugno. Non mi esprimo sul fatto che il ragazzo che era lì alla mostra mi abbia detto che finora (dal 3 giugno giorno di apertura) la media giornaliera di visitatori sia di 8/9 persone... dove cazzo sono gli studenti dell'Insubria?! Tra l'altro questo è uno degli eventi per il decennale, ma la tengono aperta troppo poco tempo secondo me.

Mondiali_1951-2008
Il secondo libro, invece, è "MONDIALI 1951-2008 Un secolo di storia. Campioni e grandi imprese ciclistiche in terra varesina", scritto da due grandi giornalisti di Varese (Cesare Chiericati e Damiano Franzetti) e presentato proprio venerdì alla Palazzina della Cultura di via Sacco. Il libro, che è bellissimo e che invito tutti a comprare :-), al di là dell'approfondimento in occasione dei Mondiali di ciclismo, ha secondo me il merito di "umanizzare" uno sport e raccontarlo con passione attraverso le vite dei ciclisti che lo hanno praticato. Non è un saggio storico o un manuale tecnico, ma un racconto sportivo di gradevole lettura. Io devo ancora leggerlo tutto, lo sto sfogliando, ma da assoluta profana nonché assolutamente disinteressata a tutti gli sport di qualsiasi genere e specie trovo carino avvicinarsi ai Mondiali leggendo le storie e gli aneddoti dei nostri sportivi (lo ammetto, sono soprattutto questi che mi piacciono :-) zio ho appena visto che c'è anche l'episodio inedito di Coppi) facendo allo stesso tempo delle incursioni nella storia locale di casa nostra.
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categoria:libri
sabato, 07 giugno 2008
Questa fa davvero ridere per non piangere. Avevo telefonato a un'azienda di Milano per avere aggiornamenti sull'invio di alcuni cv per una posizione di stage nella selezione delle risorse umane, che avevo fatto qualche tempo prima. La tipa che mi ha risposto mi ha detto che avevano già in stage una persone (che quindi non poteva essere "nostra", se no l'avremmo dovuto sapere per la preparazione dei documenti) ma che non sapeva darmi dei dettagli sull'esito di eventuali colloqui dei nostri laureati. Perché? Perché la ragazza che si occupava della cosa e faceva le selezioni per quello stage era lei stessa in stage, e lo aveva finito.
Ridicolo. Poi non mi stupisco se essendomi iscritta alla Newsletter di Infojobs anche per la categoria "Risorse umane-formazione-recruiting" mi arriva una quantità davvero incredibile di offerte di stage nelle risorse umane e selezione del personale, da varie agenzie interinali principalmente per sedi di Milano & provincia. Secondo me ci lavorano solo stagisti :-)
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categoria:lavoro
sabato, 07 giugno 2008
«Tutto ciò che viene marchiato dall'aggettivo femminile non conta: quindi un problema femminile è un problema di cui non vale la pena di occuparsi. Anzi non è un problema. E' una cosa da donne, incomprensibile, noiosa, imbarazzante: mestruazioni e frustrazioni della casalinga, shopping e lavoro mal retribuito, pelle grassa e emarginazione, isterismo e ruolo servile, sono interessi e fastidi che vanno sopportati, discussi e risolti in un piccolo mondo speciale, un po' sordido e vagamente maleodorante: tra il lavandino e la pattumiera, tra lo spray vaginale e il vomito dei bambini.
L'imponente rifiuto di sapere qualcosa di più della rabbia femminile che non sia qualche reggipetto bruciato o un evidente scompenso della menopausa può essere in parte giustificato da due fatti:
a) In cent'anni di resistenza la situazione è cambiata solo marginalmente (il voto, la teorica parità salariale, la donna capostazione e la prospettiva della donna diacono), ma è identica la realtà dell'ingiusta condizione femminile.
b) Proprio per questa immobilità sostanziale, i temi delle faticose battaglie sono sempre gli stessi e, in quanto non risolti, in un periodo di frenetici mutamenti, sono considerati molto noiosi

Così scriveva nel 1973 la mitica Natalia Aspesi nel libro La donna immobile, un libro significativamente oggi introvabile che ho scovato per caso alla Pulce (e no, non è un acido manifesto femminista ma un saggio pieno di humour; l'ho trovato solo qui on line).

Questo, per dire che sono passati più di trent'anni e non è cambiato un cazzo. La questione femminile era e rimane un problema marginale, su cui fare qualche discorsetto demagogico ogni tanto e mai impegnarsi seriamente. E, dopo trent'anni, il punto b) non potrebbe essere più attuale e acuto: discutere di disuguaglianze di genere oggi da fastidio, è noioso, tanto più perché viviamo in una società "moderna" dove in superficie sembrano non esistere più, sembra anacronistico.

Non a caso nel nuovo decreto fiscale di Tremonti vengono tagliati venti milioni di euro ai centri anti-violenza. Formidabile la giustificazione della Carfagna: «
Soltanto il 2% delle donne maltrattate e violentate si rivolge a questi centri». Giusto. Infatti, se c'è un centro di utilità sociale poco conosciuto e sfruttato, direi che la risposta migliore sia  ucciderlo. Tanto le donne vittime di violenza in Italia sono solo 14 milioni, ed è chiaro che se non sporgono denuncia è per loro capriccio personale. Seguendo in modo rigoroso questo ragionamento, direi: tagliamo il Ministero delle Pari Opportunità, così risparmiamo soldi che possiamo usare in altro modo. Tanto non serve a niente, è inutile cercare di recuperarlo mettendoci a capo una persona che ragioni.

Il centro antiviolenza di Varese si chiama Eos e sta in Via Staurenghi 24 (tel. 0332 231271 fax 0332 496511, e-mail: eosvarese@virgilio.it).

Blog contro la violenza sulle donne: http://noallaviolenzasulledonne.splinder.com/
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categoria:attualitĂ 
giovedì, 05 giugno 2008
IMG_5022Insomma, qui è pieno di bestioline... :-) Quello in foto è un riccio nato da poco che ci siamo trovati oggi in giardino. Mia madre stamattina prestissimo si era accorta della mamma-riccio perché Angelica (il mio cane) continuava a far casino abbaiando vicino a un cespuglio... più tardi ha visto tutta la famigliola, dopo aver chiuso in casa quell'isterico cane, che dopo un po' è riuscita a scappare e ritornare a far casino. Alla fine, la mamma-riccio si è infastidita e si è portata via tutti i piccoli... o quasi, visto che poi un piccolino lo abbiamo trovato nascosto tra le foglie. Mia madre su consiglio della veterinaria ha avuto l'onore di parlare con un non meglio precisato esperto di ricci (un ricciologo eheh!), ha detto che forse la mamma-riccio preferirà tornare a riprendere il pupillo di notte, e consigliato di lasciare vicino un po' di cibo per gatti (sic!). Ovviamente non l'abbiamo toccato se no l'odore di "umano" infastidirebbe la mamma-riccio. Insomma speriamo che torni, ora ci siamo accorti che sotto il cespuglio ce ne sono altri...
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categoria:animali, valcuvia