Nome: Sfabix «... sono piccola come lo scricciolo, ho i capelli arditi come il riccio della castagna, e gli occhi li ho del colore dello sherry che l’ospite lascia in fondo al bicchiere...»
Mi pare che ormai sia stato detto quasi tutto sul famigerato articolo del Corriere sugli sfigati di Facebook, ma facendo parte - a quanto pare - di questa esecrabile cricca non posso evitare di dire la mia.
O meglio, per riassumere la mia opinione basterebbe anche solo la frasetta del mitico Luca Contiintervistato da Pikappa in questo bell'articolo: «Il vantaggio è che attraverso Internet possiamo abbattere le barriere spazio-temporali». Punto. Facebook è uno strumento, utilissimo per unire - virtualmente, è chiaro - amici e/o conoscenti, per condividere interessi comuni, eventualmente per far conoscere qualcosa di noi, e valorizzarlo.
Uno strumento non è buono né cattivo di per sé (banalità, ok), accanto alle potenzialità ci potranno anche essere fruizioni più o meno morbose da parte di alcuni (a parte il fatto che il discorso mi sembra fuori fuoco, visto che su FB ci si presenta tutti con nome e cognome, e quelli che si creano identità false famose, da Gesù Cristo a Lucifero Angelo Caduto, non sono altro che buontemponi. Sono ben altri i luoghi dove il rischio di derive in un'identità virtuale costruita a tavolino sono più gravi, vedi schifate come Netlog). Ma non vedo come da questi "casi clinici" si possa per induzione generalizzare e addirittura categorizzare i fruitori di un mezzo (vedi le sei categorie dei Facebookmaniaci...).
Purtroppo quando c'è di mezzo una moda non mancano i "tuttologi" e il loro blabla. In questo caso, come al solito, amplificato e ulteriormente banalizzato dal qualunquismo dei media (c'è un'agenzia che fa figo, la copi/incolli senza sognarti di problematizzare o approfondire...). Non mancano poi i moralisti da due soldi, di cui, senza offesa, questo articolo è un degno rappresentante... il dire «è una questione di lana caprina anche perché loro (utilizzatori di Facebook, fa impressione questa netta contrapposizione tra noi/loro, ndr) sono tanti e noi, "duri e puri" sostenitori dell’amicizia tangibile, pochi, sempre meno». Sillogismo quantomeno curioso: chi usa Facebook intesse amicizie superficiali (...), io non uso Facebook, ERGO io non intesso amicizie superficiali. Mah. Il termine "amici" così come lo si usa su FB è chiaramente molto generalista, ma non riesco a capire per quale recondito motivo qualsiasi forma di social network debba essere necessariamente deleteria dei rapporti inter-personali (con questo non sto dicendo che alcuni fenomeni non debbano essere studiati con cura). Quindi: chi non usa Facebook è perché
1. non ne ha bisogno e non riscontra interesse nelle sue applicazioni... insomma, giustamente a uno può non fregargliene niente
2. non ha ancora scoperto tutte le sue potenzialità.
Altri discorsi ideologico-qualunquist-sentimentalistici da bar, lasciano francamente il tempo che trovano.
Fuori contesto. Fuori luogo. Fuori fase. Completamente "fuori", in attesa di un posto per me che non posso trovare, perché non esiste. Diciamo, un cactus in ambiente prealpino che si trapianta in Nevada e deperisce per il troppo caldo.
«Una vicenda occultata dalle pubbliche autorità e dichiarata segreto di Stato. Un'invenzione sconvolgente e pericolosa, in grado di rivoluzionare la concezione del tempo e dell'universo. Un omicidio di duemila anni fa rivive in uno scellerato tradimento. Un coraggioso atto di verità. Una disperata richiesta d'aiuto. Il paleofono.»
Il fascino della Storia misto ad una fantascienza raffinata, un mistero da non rivelare, la violenza di un omicidio di duemila anni fa: il Paleofono, audioblog sperimentale on line dal 29 settembre, ha tutti i numeri per conquistarsi l'attenzione degli appassionati delle nuove forme di comunicazione, ma anche di chi vuole semplicemente gustarsi una storia intrigante e ricca di colpi di scena. Pubblicato a puntate - ormai ne mancano solo due alla conclusione - il Paleofono racconta le pericolose vicende legate a un misterioso progetto di ricerca, il progetto segreto E.C.O.S.. Attraverso la voce narrante di Daniele Monticelli, storico e membro del gruppo di ricercatori di E.C.O.S., ci avviciniamo ad uno tra i sogni "impossibili" più affascinanti per l'uomo: l'utopia (ma sarà tale? sembra dirci l'E.C.O.S.) di poter rivivere i grandi eventi del passato, attraverso il paleofono...
Il racconto è curatissimo e non scade mai nel banale, la vicenda è studiata con attenzione e presenta spesso riferimenti precisi ad imprese della scienza "non convenzionale" - dal cronovisore di padre Pellegrino Ernetti alle ricerche fisiche di don Luigi Borello - che lo rendono così coinvolgente e raffinato. Il paleofono prende tra l'altro il nome dall'omonimo strumento inventato ma mai realizzato da Charles Cros, che lavorò alla sua "voce antica" (una specie di fonografo) contemporaneamente ad Edison.
Unica (trascurabile) pecca, a tratti - ma più nei primissimi episodi - l'uso di un linguaggio affettato, troppo "scritto" per un audioracconto, che si fa perdonare con la perfetta dizione e intonazione coinvolgente della voce narrante.
Amarezza, impotenza. Mi sembra quasi palpabile la sensazione di una persona che si trova a scoprire all'improvviso - o forse neanche tanto, forse l'aveva sempre sospettato - di essere la persona sbagliata, nel posto sbagliato. Non parlo affatto della sottoscritta, a cui in questo periodo sta andando tutto molto bene, è passata a fare full time un bel lavoro che al di là dei casini vari riesce ad essere gratificante e a volte dà anche belle soddisfazioni (e che il futuro sia incerto, lo è per tutti), prima o poi la finirà questa tesi, prima o poi si farà anche tutto il resto. Parlo di una persona conosciuta a malapena, cui mi era capitato di pensare diverse volte con piacere, pensando - sbagliavo - a come si sarebbe "tirata fuori" lì dove era approdata, un posto apparentemente perfetto per studi, stimoli, ambiente. Ma non è stato così, non per sua colpa. E' che come direbbe mio nonno falegname "è la qualità del legno". E' o non è.E' tutta questione di reazioni e relazioni, in alcuni posti più che in altri, anche di alchimia pura e semplice. E anche il pensiero di odiare se stessi, ma di un odio creativo, per affinarsi e migliorare, l'odio che spesso guardando indietro mi riconosco e mi sembra aver dato i suoi frutti ("fai solo quello che hai paura di fare") è un pensiero esterno o a posteriori, è un'ipotesi che può essere resa vera solo dalle circostanze. Così, si scopre di aver sbagliato, non solo quell'attività, ma tutto ciò che ha portato a quell'attività. Sentire di avere sbagliato tutto è di certo la cosa più destabillizzante e drammatica. Spero che non sia così. Spero che siano le mie solite tendenze pessimistico-drammatiche. Però mi dispiace. Davvero.