domenica, 30 novembre 2008
70Dopo 14 anni, muore Terre di Mezzo, lo storico giornale di strada di Milano in prima linea sui temi dell'informazione sociale (dal consumo sostenibile all'immigrazione, passando per il turismo responsabile). Dopo l'uscita dell'ultimo numero, la testata sarà disponibile solo on line, ma la sua morte ha già come prospettiva una rinascita, che è una vera e propria sfida: rinnovarsi diventando un vero e proprio street magazine di 52 pagine (vedi il nuovo sito), a colori e con più approfondimenti, attraverso la partecipazione diretta e diffusa dei suoi lettori, che diventano anche co-fondatori dal basso. Il nuovo progetto editoriale, infatti, potrà partire solo se verrà raggiunta la quota di 2.000 nuovi lettori, che potranno versare una quota a partire da 5 euro (mentre scrivo, siamo a quota 104, tra poco 105), comprando un "biglietto" virtuale per salire sull' "autobus" di Terre.

Terre cambia e si rinnova, cambiando il suo modo di fare informazione in una realtà che non è più quella di 14 anni fa. Leggiamo sul sito:
«La strada oggi è più affollata che mai da “strilloni” che distribuiscono gratuitamente i free press e fanno concorrenza alla nostra informazione “approfondita e a pagamento”. Ma sono cambiati anche i lettori: il sociale non è più “relegato alla cronaca nera”, se ne parla anche sui giornali e in tivù. Eppure crediamo si possa far meglio. Perché forse non basta raccontare i mali del mondo, occorre trovare delle alternative possibili».

Come d'obbligo per un progetto che parte dal basso e ha come potenziale risorsa la potenza dei social network, sul sito di Terre è possibile scaricare anche il kit della campagna, con i banner. Su Facebook c'è già un gruppo dedicato al nuovo progetto Terre di Mezzo Magazine.
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categoria:milano, web , attualitĂ 
giovedì, 20 novembre 2008

JobSearchNewspaperRiesco a scriverne solo adesso, anche se è una cosa che mi sta molto a cuore e mi tocca direttamente...
Cmq, il 27 ottobre a Milano è stato presentata l'edizione 2008 del Rapporto Stella (Statistiche in tema di laureati e lavoro), un'indagine occupazionale che viene realizzata tutti gli anni dal Consorzio Interuniversitario Cilea, che raccoglie 14 Università italiane, tra cui l'Università dell'Insubria di Varese.
Tra le 14 l'Insubria è proprio quella che registra il maggior numero percentuale di laureati triennali occupati, con il 66,7% contro una media del 44% (tra gli altri, il 5,7% cerca lavoro; il 25,3% continua gli studi).
Lusinghiero il risultato anche per le Scienze dure (Chimica, Fisica, Matematica): anche in questo caso l’Università dell’Insubria registra il risultato migliore ottenendo il maggior numero percentuale di laureati triennali occupati: il 34,7%, (il 4,3 % cerca lavoro e il 60,9% continua gli studi) rispetto a una media totale del 15,5% (il 7,1% cerca lavoro e il 76,5 % continua gli studi).
Buoni i risultati anche per i laureati dei corsi a ciclo unico (Medicina e chirurgia e Odontoiatria), infatti il 71,2% trova occupazione entro un anno dalla laurea contro una media del 66,5%. Per le specialistiche la media totale degli occupati è dell'82,5%, all'Università dell'Insubria si registra un 63,7%. Un dato che va sotto la media totale, ma che va letto insieme a un altro dato, infatti ben il 18,5% decide di proseguire gli studi, contro una media totale del 9,3%.

In più, il 30 ottobre si tenne l'evento più importante per tutto il mio ufficio, la mitica presentazione dei servizi di placement a Como in sant'Abbondio (vedi
comunicato stampa), alla quale ovviamente io non riuscii a partecipare perché avevo la bronchite (sigh). Ecco alcuni dati: dal 1 ottobre 2007 al 20 ottobre 2008, sono 280 le imprese che si sono rivolte al servizio; 203 i tirocini attivati; 66 gli inserimenti lavorativi; 152 gli studenti e i laureati che hanno partecipato a incontri di orientamento al lavoro (leggi l'articolo su VareseNews).

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categoria:lavoro, varese
venerdì, 14 novembre 2008

oggi_scioperoPremetto che probabilmente questo post è ridondante visto che non so neanche se un contratto a progetto abbia il cosiddetto diritto allo sciopero, per cui tutto quello che sto per dire potrebbe rivelarsi altamente superfluo.

Tagli. Ovunque e in qualsiasi momento si parla di Finanziarie e di riforme, quando in realtà bisognerebbe evitare di usare eufemismi (il termine "riforma" usato a sproposito per qualsiasi cosa la dice lunga) e parlare di tagli. Quello che penso è molto chiaro e non voglio nemmeno dilungarmi in merito: i soldi non ci sono, bisogna tagliare? Tagliamo. Ma tagliamo gli sprechi, in modo mirato e chirurgico ( = dando fastidio a qualcuno, nello specifico delle diverse realtà locali), non tagliando il finanziamento ordinario alle università ( = ammazzando l'anello già debole della catena, ricerca & giovani ricercatori, e a lungo termine, trascorsa l'onda della demagogia del risparmio, rallentando crescita & sviluppo di un Paese che già non cresce e non si sviluppa di per sé).

Detto questo, si sciopera. E io sono d'accordo. Ma NON sciopero. Perché uno sciopero non è solo manifestare per un'idea. E' anche proclamare in modo collettivo un ruolo, l'appartenenza ad un gruppo, ad una categoria, ad una socialità che rivendica i propri diritti. Io non ho diritti. Io non ho ruoli, e non appartengo a niente e a nessuno. Io presto la mia collaborazione in un ente pubblico come collaboratore di (ex) società esterna, perciò per quanto io abbia a cuore i problemi della scuola e dell'università, io NON ESISTO. Tutti noi che non esistiamo, siamo sempre "altro" rispetto al contesto. C'è da pensarci. Il vero problema del mercato del lavoro non sono gli scioperi (della scuola, di Alitalia, di chi dir si voglia). E' la constatazione del fatto che presto non si potrà più scioperare. Ma non per i diktat di una dittatura, espressione che a volte sento e mi fa sempre sorridere. Perché non esisteranno più gruppi sociali e categorie, non per i giovani almeno, che non a caso oggi manifestano in modo diverso dal passato, dalle forme "vecchie" del Sessantotto.

L'immagine che mi si materializza davanti in questo momento è quella di un'enorme azienda, divisa in mille paesi a nessuno dei quali appartiene, dove tutti lavorano in quell'azienda, nessuno lavora per quell'azienda. Un esercito di collaboratori esterni, frammentati in realtà diverse che non riescono a coagularsi nella forza di una collettività. Ma c'è un'altra immagine (da dove viene? Eraclito? Nietzsche? Colli? la mia arteriosclerosi procede con grande rapidità): è quella di un pestello che pesta con violenza delle erbe in un mortaio, perché è solo così che queste potranno amalgamarsi.

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categoria:attualitĂ 
martedì, 11 novembre 2008
GeppyGleijesesSabato sera sono andata al Teatro di Varese a vedermi Il giuoco delle parti di Pirandello, nella versione del Teatro Stabile di Calabria con Geppy Gleijeses (leggi l'intervista)... esaltazione pura!!!
Sicuramente una tra le commedie - anzi, tra le opere - più belle dello zio Gigi, un testo scarno ed essenziale in grado di ricreare tutto un mondo di idee (lo si può leggere integralmente qui).

Leone Gala è un uomo che ha fatto "il vuoto dentro di sé"
: ha accettato il tradimento della moglie con il suo migliore amico, le ha ridato piena libertà, le ha lasciato la casa. Indifferente, imperscrutabile, vive tra gli altri fingendo di non esserci e asseconda chiunque, ma dietro la sua maschera di imperturbabilità si nasconde un segreto: conosce il "giuoco delle parti". Dominando e imbrigliando passioni e sentimenti, si crogiola nel raffinato e crudele gioco della razionalità più lucida, la razionalità che gli permette di giocare con il suo ruolo sociale
: marito tradito, rispetta ogni formalismo con distacco, ormai disilluso su qualsiasi valore.

«Per salvarsi, bisogna sapersi difendere. Ma è una certa difesa... dirò, disperata, che tu forse non puoi neanche intendere».

Nell'indifferenza non ci può essere speranza, solo lucida consapevolezza, che esaspera Silia, passionale, piena di vita, insofferente, così diversa da Gala, che la soffoca con la sua assenza/presenza. La donna arriverà al punto da far precipitare gli eventi, facendo accettare a Gala un duello mortale per difendere il suo onore da un oltraggio. Gala, come sempre, accetta il duello, ma conosce il gioco della vita: a combattere e morire sarà, in un colpo di scena, proprio l'amante, Guido Venanzi.

«Contentarsi, non più di vivere per sé, ma di guardar vivere gli altri, e anche noi stessi, da fuori, per quel poco che pur si è costretti a vivere. ti compensa un godimento meraviglioso: il giuoco appunto dell'intelletto che ti chiarifica tutto il torbido dei sentimenti, che ti fissa in linee placide e precise tutto ciò che ti si muove dentro tumultuosamente».

Ad un testo portato in scena in modo fedelissimo - e non poteva essere altrimenti, in una commedia dove ogni parola è un senso prezioso - corrispondeva la grande bravura degli attori,
Gleijese-Gala per primo, e una scenografia essenziale, d'impatto, dal buio inquietante della camera piena di specchi in cui Silia si tormenta al bianco accecante e iper-razionale della casa di Gala.
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categoria:teatro
sabato, 01 novembre 2008
A casa con la bronchite, ne ho approfittato per andare avanti con la tesi e ho appena inviato qualche pagina come "piano dell'opera" del discorso, sulle dinamiche di genere dell'inserimento lavorativo post-laurea in Italia.
Insomma. Io ho fatto il possibile, seppellendomi tra miriadi di dati statistici e analisi sociologiche (ormai parlo come l'Istat), spero vada meglio dell'ultima volta quando mi furono bocciati indice + bibliografia. Quello che è certo è che la mia piccola soddisfazione me la sono presa. A un certo punto, parlando di scelte delle donne con figli per conciliare famiglia/lavoro, c'è la frase «(...) se l'occupazione della donna ha una qualità professionale e retributiva più o meno mediocre e, troppo spesso, inferiore a quella del partner». Non ce l'ho fatta e l'ho cambiata: «dell'eventuale partner». :-)
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