martedì, 27 ottobre 2009

AH1N1«Assolutamente ingiustificato questo allarmismo mediatico. L'influenza da virus H1N1 allo stato attuale ha un tasso di mortalità di meno della metà dell'influenza stagionale».

Non è un blogger dietrologo a dirlo ma Paolo Grossi, infettivologo dell’Ospedale di Varese e docente all'Insubria.

Guarda l'intervista video 
fatta da Byoblu, ripresa anche da VareseNews.

Domanda: sì, ma se il virus dovesse mutare? Risposta: non c'è. Ma di certo il vaccino prodotto dalle case farmaceutiche per l'attuale "suina" non avrebbe alcuna efficacia su un virus mutato. Ha efficacia, senz'altro, sul portafoglio dell'industria farmaceutica. 

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categoria:web , attualità
mercoledì, 12 agosto 2009
«Sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente - sottolinea il Tar - essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico»

«l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica»

Una volta citati i passi principali della sentenza del Tar del Lazio che ha recentemente stabilito che frequentare l'ora di religione non può dare crediti in più, e che il prof. di religione non può partecipare allo scrutinio (il suo voto non può far parte della valutazione finale), personalmente non vedo cosa ci sia ancora da commentare.

Si stabilisce solo che, giustamente, scegliere l'ora di religione cattolica è un fatto di fede personale, un momento di arricchimento per sua natura extra-curriculare e che non può dare luogo a "vantaggi didattici", dato che non è garantit
a una scelta alternativa per chi professa un'altra fede, o nessuna.

Non si entra nel merito dell'insegnamento e, francamente, trovo che a danneggiare la laicità dello Stato sia la CEI quando lo descrive come
«una componente importante di conoscenza della cultura di questo Paese, con buona pace degli irriducibili laicisti e purtroppo dobbiamo dire con buona pace anche dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane». L'ora di RELIGIONE CATTOLICA non è EDUCAZIONE CIVICA. E' un momento che può portare a dibattiti e arricchimenti interessanti, ma non può essere considerato qualcosa di più di una libera scelta di fede. Al di là del fatto che il fatto di considerarla tra gli insegnamenti che danno crediti o fanno media dovrebbe, al massimo, dispiacere a chi la comprende nella sfera dello spirito e non quella del calcolo

Quale sarebbe l'alternativa? Fare religione per avere un credito in più o alzare la media?
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categoria:religione, attualità
lunedì, 03 agosto 2009
contrattotermine




















O
k, poi la smetto. Cmq sono capitata sulla sezione di Repubblica "Perdere il lavoro in Italia" e sono rimasta scioccata. Ad oggi ci sono MILLEDUECENTOOTTO storie, una peggio di quell'altra. Ne riporto solo una, non so se la peggiore ma di certo una delle prove di quanto la gente possa essere subdola e disgustosamente bastarda dentro.
Copyright della vignetta di Vauro (Annozero del 22/10/2006).

INTERVENTO N. 408

Dipendente di una ditta di confezioni per alta moda. A fine anno 2008 la Titolare ci comunica che da inizio 2009 inizia una nuova attivita' nel campo della moda con un marco proprio. Ci invita a licenziarci dalla vecchia ditta cosi da essere riassunte nella nuova. Avviene si l'annunciata assunzione, ma con periodo di prova. Dopo due settimane ci ha licenziate in due motivando il tutto che non avevamo superato il suddetto periodo di prova. E si che da 10 anni lavoravamo nella vecchia ditta. Meccanismi sadici e vigliacchi per ridurre il personale. Ora cerco, ma è durissima.
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categoria:lavoro, attualità
venerdì, 12 giugno 2009

elezioniLo slogan di Rifondazione comunista su www.unaltraeuropa.it era “il voto utile a sinistra”. In pratica, il voto utile è votare gente che decide volontariamente di perdere presentandosi da soli. Sono in attesa di slogan tipo “Perdere è vincere” e simili.

Folla di curiosi scalmanati (?) e seggio chiuso a Portici per il voto di Noemi Letizia. Questo significa che come popolo dobbiamo smettere di lamentarci: meritiamo ancora peggio di quello che abbiamo.

Attivisti di partiti si presentano in tutt'altri comuni con due liste civiche che non c'entrano una mazza l'una con l'altra.

In un minuscolo paese del Varesotto (non in Valcuvia) uno zelante presidente di seggio fa consegnare e registrare nel registro a parte tutti i cellulari dei votanti. Anche dalle vecchiette. Si sa, la compravendita del voto è diffusa da quelle parti, è un vero peccato che a me nessuno abbia offerto qualche soldino per un voto.

Anonimo: “Ah ma io credevo ci fossero solo le elezioni del sindaco! Ecco perché c'erano così tanti simboli sulle schede quando li ho visti mi sono spaventato...”.

(Non commento i risultati, più che prevedibili)

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categoria:attualità
sabato, 25 aprile 2009
Bello... per la tesi sto spulciando i siti di tutte le università italiane per vedere quali servizi di Job Placement offrono... a un certo punto mi becco la pagina di un'università intitolata "Il mondo del lavoro". Sottotitolo: 

Nuovi scenari, nuove prospettive, nuove tipologie contrattuali...

Ecco alcuni spunti per fare chiarezza ed affrontare i cambiamenti in atto con grinta ed energia!

e sotto una lista di libri utili...

Il primo si intitola
"Altieri G., Lavorare nei call center: un'analisi europea, Ediesse Roma 2002".

Incoraggiante.

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categoria:lavoro, attualità, università
domenica, 22 marzo 2009

Die Welle“The reader” e “Die welle”. Di questi film, che hanno entrambi a che fare in modo più o meno diretto con il periodo nazista e l'Olocausto ebraico, credo mi abbia colpito soprattutto il nichilismo che ne trapela, e che non riesco a non condividere (spero sinceramente di essere in qualche modo contraddetta). Soprattutto per quanto riguarda l'idea di scelta e di responsabilità, che vengono svuotate della consapevolezza cui in genere vengono associate.

In “Die welle” (di cui c'è una bella recensione qui che condivido in pieno) la potente Onda travolge un gruppo di adolescenti della Germania bene, tutti convinti – a parole – che una dittatura simile a quella nazista non potrebbe mai attecchire nella nostra società. Coinvolti da un professore fuori dagli schemi a partecipare a un curioso esperimento sociologico, creeranno l'”Onda”, un vero e proprio movimento con gerarchie, comportamento militare, uniformi, loghi e saluto. Non è più un semplice gruppo studentesco: facendo leva sulla crisi di valori e soprattutto sulla totale frammentazione del tessuto sociale in cui vivono questi giovani, attiva tutti i meccanismi più inconsci di identificazione collettiva. Per questi ragazzi, soprattutto quelli dall'identità più fragile, l'Onda diventa un collante che li fa sentire uniti, importanti, utili; per la prima volta nella loro vita c'è qualcosa in cui credere! Ma la situazione ben presto degenera e anche il professore perde totalmente il controllo del suo esperimento, perché il meccanismo che rende forte l'Onda al suo interno si riproduce rovesciato all'esterno: il diverso, quello che non vuole sottomettersi alle logiche omologanti del gruppo, viene discriminato e messo a tacere, sempre più violentemente, fino all'incredibile epilogo finale. Un discorso del professore (intenzionato a porre fine a tutto) attiva consapevolmente tutte le logiche di identificazione collettiva e quindi di controllo della massa, fino ad assomigliare ad un comizio dittatoriale. La cosa inquietante, di cui discutevamo io e il Kansch, è che le “voci fuori dal coro” del film (l'alternativa Mona e Karo) rifiutano inizialmente di aderire all'Onda non tanto perché sono consapevoli della gravità delle conseguenze che può produrre, ma per motivi di ben altra natura, più personali che razionali: in Karo, ad esempio, l'antipatia verso l'Onda è dovuta al fatto che ha indebolito il suo controllo sul fidanzato, che vi ha aderito in modo entusiasta, trovandoci una famiglia che lui non ha mai avuto.

The readerQui sta il problema. Prima di scegliere troppo spesso il soggetto in realtà non ha le informazioni necessarie e complete che gli possono permettere di fare una scelta razionale. Che cosa succede in questi casi? La scelta diventa la conseguenza di fattori irrazionali, di “scorciatoie cognitive” come le chiamano gli psicologi sociali, su cui fa benissimo leva la persuasione di un'eventuale potere forte. Anche questo è il caso di Hanna Schmidt di “The Reader”, operaia alla Siemens che da un momento all'altro diventa guardia in un campo di concentramento. Perché l'ha fatto? “Cercavano delle sorveglianti. Io mi sono presentata e ho preso il posto” è questa la sua disarmante risposta. Ci si immagina aguzzini, il Male assoluto. Ci si trova di fronte a “impiegate del massacro” che se all'inizio probabilmente non sapevano che cosa esattamente avrebbero dovuto fare, in seguito non si sentiranno molto più colpevoli: obbedivano agli ordini. Al processo in cui nel dopoguerra sarà imputata insieme ad altre 5 sorveglianti per l'omicidio di 300 ebrei, bruciati vivi per colpa di un incendio accidentale in una chiesa in cui erano stati rinchiusi, non avrà esitazioni: “Non potevamo liberarli. Non era lecito. Noi eravamo le sorveglianti, ne eravamo responsabili. Se li avessimo lasciati andare, sarebbe stato il caos. Lei (rivolta al giudice, ndr) che cosa avrebbe fatto? Qual è stato il mio errore, andarmene dalla Siemens?”.

Ad assistere al processo, tra gli altri, c'è anche lo studente di giurisprudenza con cui, otto anni prima (lui aveva solo 15 anni), Hanna aveva avuto una relazione. “La società crede di agire in base alla morale, in realtà agisce in base ad una cosa diversa, la legge”; “Che cos'è questo processo? Delle migliaia di sorveglianti che ci sono state durante la guerra, solo sei sono state portate in tribunale perché accusate del massacro da una sopravvissuta che ha scritto un libro” - sono le significative frasi rispettivamente di un professore e di un compagno di seminario di Michael. E alla fine del processo,le compagne di Hanna saranno condannate a 4 anni di carcere, Hanna sarà condannata all'ergastolo, perché accusata di essere la loro responsabile. Nel film, oltre al segreto inconfessato che è il cuore della vicenda (Hanna è analfabeta, e faceva leggere a voce alta libri a Michael così come alle prigioniere durante la guerra), c'è l'idea del nulla che dicevo prima: “Che cosa ha imparato?” chiede Michael ad Hanna dopo 20 anni di carcere, così come alla sopravvissuta al lager. Ma non c'è risposta. L'orrore non è didascalico. E la colpa, in Hanna, si farà strada solo alla fine, tramite Michael.

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categoria:cinema, film, attualità
giovedì, 12 marzo 2009

Una serata bellissima, intrisa di malinconica poesia. Canzoni ma anche riflessioni sull'attualità (vedi anche qualche stecca satireggiante qui). La più vera, e triste: dalle taverne di una volta, dove la gente faceva nottata a bere e confrontarsi, alle case di oggi, dove la gente è chiusa dietro la propria porta chiusa.

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categoria:musica, concerti, guccini, attualità, varese
domenica, 08 marzo 2009
mimosa480Lascio una traccia di questa "giornata della donna", che mi è di pretesto solo per andare a teatro a vedere Marina De Juli (gratis, ovviamente, come sempre), e per divertirmi con le mie amiche cenando solo tra di noi, per parlare di un paio di situazioni. Si parla di gente che abita dalle mie parti, non dell'Afghanistan.

21 anni, calabrese, sposata da due anni. A casa disoccupata: non trova più lavoro (prima faceva l'operaia) perché non ha studi, non ha bella presenza, pessimo carattere. Ma non gliene frega più di tanto di stare a casa: del resto, lavora il marito. Quando le si parla l'unica cosa di cui le interessi parlare è "il marito" e "il matrimonio". Le prime volte che la vedevo dopo il matrimonio non faceva che ostentare l'anello. Primo caso: la donna acquisisce status e valore sociale solo in quanto moglie e madre. «Hai mai pensato di cercare lavoro a Varese?» «Figurati! Poi se finisco di lavorare e prendo il pullmann (ovviamente non ha la patente, ndr) torno a casa tardi e non faccio in tempo a fargli da mangiare».

22 anni, convive con un ex tossico (spero ex) figlio di papà, che è anche il suo capo. La ditta non sta andando tanto bene, per cui per iniziare lui ha smesso di pagarla («Beh, tanto quello che guadagnavo lo mettevo in casa... adesso ci manteniamo con i suoi soldi»; ndr: LA mantiene con i suoi soldi, dopo averla irretita con soldi e regali per convincerla ad andare a convivere). Ultima tappa: è rimasta a casa, disoccupata, anche lei non cerca lavoro perché tanto... non è che ce ne sia tanto bisogno.
L'autorealizzazione non esiste. La vita è bella perché ci sono le cose, finché c'è roba da consumare va tutto bene.

Io mi faccio i cazzi miei. Saran casi singoli. Ma una mentalità strisciante di un certo tipo (la donna a casa) qui c'è ancora.
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categoria:donne, lavoro, disillusione, attualità, valcuvia
mercoledì, 04 marzo 2009

In Italia le donne scelgono il lavoro

di CATERINA PASOLINI

Tratto da www.repubblica.it

stor_15206159_37420Mamme e lavoratrici. Una lotta quotidiana a caccia dell'equilibrio perduto, riconquistato. In bilico perenne per bilanciare affetti e carriera, realizzazione personale e sensi di colpa atavici, figli, capo e compagni di vita. A raccontare un equilibrio possibile, raggiunto quotidianamente con fatica e fantasia dal 61% delle intervistate, è un sondaggio del mensile Psycologies. Un'indagine che racconta il nuovo rapporto delle donne con lavoro. Vissuto come libera scelta, in nome di una realizzazione personale a tutto campo che vede, ed è la prima volta, il supporto, la condivisione, la complicità del 75 % dei mariti d'accordo sull'attività della moglie. Anche se per le donne lavoratrici i sensi di colpa restano quotidiani anche perché i figli sembrano riottosi a lasciarle andare fuori: solo il 35 % appoggia la loro voglia di lavorare. Di tutto questo parlano oggi all'Università Cattolica di Milano psicologi e imprenditrici in occasione del convegno sull'Equilibrio tra lavoro e famiglia.

Il sondaggio - Sono state intervistate 1908 donne. Il 46% è impiegata, il 20% libera professionista. Il 44% con un contratto full time a tempo indeterminato, il 19% indeterminato part time, il 14% tempo indeterminato, il 24% atipico (collaborazione, partita Iva).

Perché lavorano - Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), non per necessità. L'occupazione rappresenta un piacere in più della metà dei casi (54%), è un'occasione di gratificazione personale (46%). Significa soddisfazione per il 56 % delle intervistate mentre è vissuto come necessità dal 44%.

Identità e gratificazione - Il lavoro è visto come un vero e proprio segno di identità tanto che viene scelto dalla donna spinta dal desiderio di autonomia e indipendenza (78%), per dimostrare qualcosa a se stessa (10%) ed è vissuto come un'occasione di gratificazione personale, come un piacere dal 54% delle intervistate. Il tratto distintivo del lavoro è nel 48% dei casi il fatto di avere un'attività interessante e o utile, vedere riconosciuti i propri meriti nel 35% dei casi.

Lavoro e famiglia - Solo il 40 % delle donne che hanno risposto al sondaggio smetterebbe di lavorare se potesse. E lo farebbe più per sé che per la famiglia. Nel 53% dei casi infatti, rinuncerebbe alla propria occupazione per dedicare più tempo a marito e figli, ma nel 56% per dedicare più tempo a se stessa.

Casalinga e solitudine - Tra i motivi che portano le donne a non voler lasciare il lavoro l'idea che così perderebbero un'occasione di realizazzione personale 52%, la mancanza di stimoli culturali 24%, la mancanza di contatti col mondo esterno 37%. Insomma, poca voglia di diventare "desperate housewiwes".

Compagni e figli - La scelta di lavoro è condivisa dal 74% dei partner mentre il consenso crolla quando si parla di figli. I ragazzi contenti di avere una mamma che lavora sono solo il 36%, convinti nel 29% dei casi che lei vada in ufficio soprattutto per necessità e non per soddisfazione 28%. Più realisti e consapevoli di cosa pensa la donna, sono i partners. Il 42% è persuaso che il lavoro per la moglie sia soddisfazione, necessità per il 40. Per le donne infatti la situazione è più netta: il 56% vive il proprio mestiere come soddisfazione e solo il 44 % come una necessità.

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categoria:donne, lavoro, attualità
venerdì, 13 febbraio 2009

sciopero_lavoratori«La dignità del lavoro è un bene pubblico. Più diritti, più salario", recita lo striscione in testa al corteo. Qua e là altri cartelli, firmati dalla Sinistra critica, dalla Sinistra democratica e anche da Emergency. Un po' ovunque sciarpe, cappelli, bandiere e striscioni rossi. Il corteo si muove al suono di "Bella ciao".»

Basta questa news della diretta di Repubblica sulla manifestazione dei sindacati contro la crisi per DARMI UN FASTIDIO INDESCRIVIBILE. Non solo per le solite cazzate delle bandiere rosse e il bella ciao che già fanno perdere credibilità a qualsiasi corteo alla radice (cos'è una manifestazione folkloristica? che bello già che ci siamo portiamoci pure i campanacci delle mucche) quanto perché non riesce a non suonarmi come un controsenso il fatto che le reali vittime della crisi non siano certo le persone rappresentate da 'sti sindacati sinistrorsi.

Quelli a cui non viene rinnovato il contratto sono gli interinali, i contratti a progetto, gli stages, quelli di cui al sindacato non gliene fotte un cazzo perché son troppo presi a difendere le loro lobby, piloti autotrasportatori eccetera. Questi che vedo io quando vengono qui, dopo che li hanno sbattuti fuori al termine del loro "contratto" del cazzo o peggio stage, loro non li intercettano proprio. Cos'è che è la cassa integrazione che non mi ricordo???!!!

Poi, cazzi loro. Io non ho tempo da perdere in cazzate tipo scendere in piazza eccetera eccetera. Il mio unico obiettivo, l'unica cosa che sento può essermi utile, è ottimizzare tempi e risorse, cercare di rendermi in tutti i modi un prodotto il più possibile appetibile per un mercato del lavoro dagli scenari inquietanti.

Le nuove generazioni sono silenziose inerti eccetera eccetera disgregazione del tessuto sociale eccetera eccetera... parlate di meno e fatevi di più i cazzi vostri. Il prototipo della nuova generazione (che non si capisce bene cosa voglia dire, dove inizi e dove finisca) è individualista e calcolatore perché è l'unico modo che ha di sopravvivere in questa "società" (le virgolette sono d'obbligo). Ovviamente ci sarà adesso qualcuno che dirà l'unione fa la forza, occorre una nuova rinascita eccetera. Bene, ci provi. Poi mi fa sapere.

Son prospettive, e come tutto le prospettive = esperienza + circostanze. Il tutto mixato dal caos e dalla casualità, con eventuale contorno di personalità (= quante volte le opinioni in realtà non sono ragionamenti ma sono il sotto-prodotto irrazionale del desiderio di far valere la personalità che le esprime, sempre e comunque... e basta).

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categoria:attualitÃ