martedì, 24 giugno 2008

Ortakoy_Istanbul«Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere».

Turchia. Istanbul. Una città brulicante di vita, divisa in due sulle rive del Bosforo. Un uomo lacerato tra due mondi, Oriente e Occidente si fronteggiano in lui come nell'anima collettiva del suo popolo. Orhan Pamuk, premio Nobel della Letteratura nel 2006, è il primo a portare alla ribalta la letteratura turca in Europa: prima di allora assolutamente sconosciuta, se non per le opere di Nazim Hikmet e Yazar Kemal. Paradossalmente, la visibilità di Pamuk – e quindi della Turchia – è strettamente legata a un “vilipendio” allo Stato turco. Pamuk acquistò visibilità internazionale solo dopo aver ammesso pubblicamente il genocidio degli Armeni da parte della Turchia, tema tabù che lo costrinse a un processo poi sospeso per le pressioni dell'Unione Europea, che non gli eviteranno però di essere minacciato dai Lupi Grigi e di dover emigrare per un periodo negli Usa.

«Forse noi amiamo il posto in cui viviamo perché non abbiamo un'altra soluzione... poi però dobbiamo trovare il motivo per amarlo».

Istanbul è per Pamuk molto più della città in cui è nato, cresciuto, vissuto, da sempre nella casa in collina sulle rive del Bosforo. Come rivelerà, è questa città che gli permette di essere se stesso – senza di lei, senza le sue vie oscure e contorte, i quartieri popolari, le tracce di un mondo complesso in cui si mescolano il folklore orale, la raffinata cultura di Costantinopoli e la tradizione persiana, non sarebbe uno scrittore. Ad essa dedica il suo ultimo romanzo, “Istanbul”, un vero e proprio atto d'amore ma anche un'analisi politica e sociale della Turchia post-moderna.

donna_con_velo-0668aBiografia, storia, filosofia, analisi sociologiche. C'è tutto nei romanzi di Pamuk, da “Neve” - complesso romanzo politico tutto imperniato sulla vicenda di un gruppo di ragazze che si suicidano perché è stato loro impedito di portare il velo – al “Castello bianco”, il suo primo libro, in cui un matematico occidentale e un astronomo orientale, costretti a lavorare insieme, vivono un complesso rapporto di odio e diffidenza, ma anche fascino e complementarità.

Personalmente avevo iniziato a leggere “Una nuova vita”, confesso che quasi a metà mi sono arenata (a parte che ho dovuto riportarlo in biblio a Varese che mi era scaduto, tra un po' metteranno la mia faccia sbarrata sulla porta col divieto di accesso...), prima o però voglio assolutamente finirlo. E' la storia di uno studente turco di ingegneria, la cui vita all'occidentale viene stravolta da un libro che lo condurrà in un lungo peregrinare per la Turchia, tra paesi rurali e tradizioni popolari, fino ad entrare in contatto con una misteriosa cospirazione di turchi che vogliono battersi contro gli stili di vita occidentali che stanno distruggendo la cultura del paese.

Verso l'occidentalizzazione, con alle spalle la disgregazione di un impero. In Pamuk è forte l'”Uzum”, quella tristezza turca che non è soltanto malinconia individuale ma è il senso di inadeguatezza esistenziale di tutto un popolo. Un'insicurezza che lo scrittore ha vissuto profondamente anche da bambino, quando – come altri suoi concittadini – contava le navi che passavano nel porto, alla ricerca di un controllo perduto. Ma in mente, resta un pensiero terribile che Pamuk attribuisce a se stesso bambino: «Io pensavo che la famiglia fosse un gruppo di persone che fingono di essere felici, per sentirsi sereni, sicuri, amati».

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categoria:nobel della letteratura
sabato, 24 maggio 2008

neruda«La sua è una scrittura che diventa popolo. E' l'ultimo poeta epico, che ci racconta la memoria di lotta e di speranza del Cile». E' questa la motivazione dell'imprevedibile Nobel a Pablo Neruda, l'anti-accademico, il bardo cileno che contro la prospettiva di una poesia elitaria aveva fatto una vera e propria scelta politica, che rifiutava una cultura vista come esercizio di potere. Un poeta che ebbe particolare fortuna in Italia: fu scoperto negli anni '70 dagli studenti per le sue poesie d'amore, così intense, così carnali e lontane dalle odi alla donna angelicata dei poeti italiani (vedi "20 Poesie d'amore e una canzone disperata", o la bellissima “Piccola America”). Lui stesso, del resto, per diverso tempo visse a Capri, dove scrisse il “Crepuscolario” e “I versi del capitano”.

Neruda nasce nel 1904 vicino a Temuco, nella piovosa e montuosa parte meridionale del Cile. Il suo, Paràl, è un piccolo villaggio. Il padre è assente, la madre muore dopo il parto. Sarà una matrigna a farlo crescere serenamente. Tra i temi della poesia di Neruda, ricorre proprio il tema della perdita della madre: nel suo Cile, “balcone vulcanico e stretto”, la terra si fonde col ricordo della madre. Elementi simbolici che diventano surreali, in uno scrittore che oscilla tra il surreale e il barocco.

buenosaires4L'interesse del giovane Pablo verso la cultura nasce spontaneamente, anche se ricorderà con gratitudine gli insegnamenti della Mistràl: «Per me i libri furono come la selva in cui mi perdevo e in cui continuai a perdermi». Nel 1920 si imbarcherà in una vera e propria avventura: in un momento molto difficile per il suo paese, negli anni della crisi economica post-prima guerra mondiale e dei colpi di Stato, con masse vaganti di disoccupati, diventerà ambasciatore del Cile. Viaggerà in Oriente e poi in URSS, fino ad arrivare in Spagna, un paese che gli sarà molto caro anche per le numerose somiglianze con il suo paese di origine; qui frequenterà un gruppo di giovani intellettuali molto attivi, con Garcìa Lorca fonderà il circolo “Il cavallo verde”, e durante la guerra civile spagnola rifiuterà totalmente la dittatura, scegliendo la sinistra. In seguito si iscriverà al Pc cileno.

Neruda ritorna in Cile nel 1945. Nel '50 inizia a scrivere il “Canto generàl”, un'opera in cui cercherà di raccontare tutta la storia del Cile tra epica, ironia e denuncia sociale. Sono le voci del popolo a parlare. Arriva il periodo del grande tradimento: Neruda si dedica anima e corpo al sostegno del futuro presidente Videla, gli fa campagna elettorale, durante le serate politiche legge le sue poesie e appassiona il popolo, capisce che la poesia deve avere un senso sociale. Ma Videla si allea con gli Usa. Il Pc cileno viene messo fuori legge, Neruda espulso; in esilio, passerà prima nel sud del Cile, poi in Argentina, di qui in Europa.

Torna in Cile nel 1953, scrive “Le odi elementari”: una sorta di “evangelario” laico che canta le cose di tutti i giorni. Che rivela il suo ideale più profondo: non esiste una “graduatoria” di elementi di poesia, tutto può essere poesia. La poesia sta in chi scrive, non nell'oggetto, come s'illude la visione europea, ed è anti-accademica e anti-scolastica. «Non è misteriosa, non è magica: è di pubblica utilità». Per Neruda conoscere è uscire dai confini: noi non capiamo perché non abbandoniamo i nostri schemi mentali, per uscire da noi stessi ed incontrare davvero l'Altro. Ma è un rischio anche essere sempre “fuori”, turisti della vita: io esco da me stesso per poi ritornarvi, arricchito dalla mia nuova esperienza.

pablo_nerudaTriste la fine del poeta cileno. Dopo aver fatto campagna elettorale per Allende e averlo fatto vincere, conquista il Nobel e si ritira, malandato, sull'Isola Negra. Qui, dopo il colpo di Stato di Pinochet, le nuova moglie Matilde Urutria cerca di nascondergli la situazione. I funerali di Neruda saranno sorvegliati dalla polizia: chiunque vi partecipi, sarà sospetto di essere un sovversivo.

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domenica, 18 maggio 2008

pasternak_15_dec_1958_timeNon chiamatelo “Quello del dottor Zivago”, please. A sorpresa, per me che non lo conoscevo se non di nome, Boris Pasternak si rivela un mondo complesso, fatto di mille sfaccettature: poesia, futurismo, rivoluzione, censura.

Lo zio Boris nasce a Mosca nel 1890, da una famiglia di intellettuali di origine ebraica. Il padre è un pittore e professore universitario, grande conoscitore di storia dell'arte, la madre è una pianista affermata. Lui è un abilissimo teorico della musica e della matematica, non è però all'altezza della madre a livello strumentale. Trova così una sua nicchia personale: lo studio della filosofia e della filologia (mi viene in mente lo zio Friedrich quando si accorge di essere portato un po' per tutto... e per niente, il non avere una passione lo rende un poliedrico ma – a suo dire! – mediocre. Poi anche questo zio è andato a fare Filologia e questo non può che renderlo caro alla sottoscritta, che è capace di fare tutto e niente ed è una filologa mancata visto che fino all'ultimo avrebbe dovuto fare Lettere antiche). Studia a Marburgo, dove conosce Rilke e i suoi esperimenti di musica e poesia. Fa il famoso “viaggio in Italia”, appuntamento imperdibile per i giovani borghesi tra '700 e '800, che completavano così la loro educazione, va a Milano, Firenze e Venezia (e, descrivendo ciò che vede, tinteggia quadretti curiosi: «il vaporetto sudava e ansimava, si asciugava il naso e si strozzava»).

Tra il 1912 e il 1914, in Russia, domina la versione russa del simbolismo. Pasternak frequenta i salotti letterari dell'intellighenzia russa, conosce Alexander Blok, verso cui nutrirà una grandissima ammirazione per la nobiltà con cui si dedica anima e corpo agli ideali rivoluzionari, senza compromessi: lui stesso rimane colpito dalla Prima Rivoluzione del 1905, si impegnerà nella Rivoluzione d'ottobre. Conosce i Futuristi russi, e qui è necessaria una precisazione. L'idea futurista, infatti, nel contesto russo verrà sfruttata anche per sostenere la rivoluzione. Ma parlando di “Futurismo” ci si riferisce a molto di più di sosia russi di Marinetti (già il Futurismo italiano lo conosciamo per stereotipi, cmq...), ci sono infatti ben quattro grandi gruppi futuristi, dall'”Ego Futurismo” al “Cubofuturismo”, passando per “Il mezzanino della cultura” e il “Movimento di centrifuga”, che è quello di Majakowskij,. Anche lo zio Boris partecipa, scrive poesie, scrive il racconto “L'infanzia di Zenia Iuvers”, e ben due autobiografie: nel 1931 la prima, “Il salvacondotto”, poi la seconda dopo il casino che seguirà il Dottor Zivago.

«Il fine della creazione è dare tutto di sé»

ildottorzivagoSarà solo tra il 1946 e il 1956 che si dedicherà al Dottor Zivago, il suo primo e unico romanzo (vedi famoso pippone di David Lean), che viene pubblicato per la prima volta da Feltrinelli tra grandi difficoltà, ma in patria arriverà solo decenni più tardi: erano troppi i lati oscuri della Rivoluzione raccontati nell'opera, che pure non è ideologica. In URSS, infatti, a causa del romanzo Pasternak viene accusato di vilipendio alle due rivoluzioni, radiato dall'Associazione degli scrittori, deve rinunciare al Nobel e fare autocritica. Finisce per trasferirsi nella zona di campagna di Peredechino. Che cos'è che non gli hanno perdonato? La sua onestà intellettuale. Il suo rifiuto ad aderire acriticamente ad un'ideologia. Per dire: i Russi leggeranno “Il dottor Zivago” solo nel 1988, dopo la Perestrojka.



Da Wikipedia la rocambolesca vicenda del Nobel: «
Proprio l'assegnazione del premio scatenò una vicenda singolare che vide il coinvolgimento dei servizi segreti occidentali. Infatti il regolamento dell'Accademia Svedese, ente designato a scegliere il vincitore del Premio Nobel per la letteratura, prevede che per ottenere il riconoscimento, l'opera in questione debba essere stata pubblicata nella lingua materna dell'autore, requisito di cui Il dottor Živago ovviamente difettava. Pertanto, a pochi giorni dal momento in cui l'assegnazione avrebbe dovuto essere resa nota, un gruppo di agenti della Cia e dell'intelligence britannica riuscì ad intercettare la presenza di un manoscritto in lingua russa a bordo di un aereo in volo verso Malta. Obbligarono cosi l'aereo a deviare, per entrare in possesso momentaneamente del manoscritto che, fotografato pagina per pagina, fu precipitosamente pubblicato su carta con intestazione russa e con le tecniche tipografiche tipiche delle edizioni russe. Questo lo stratagemma per consegnare il capolavoro perseguitato alla verità e al merito del Premio Nobel».
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giovedì, 24 aprile 2008

ritrattoSempre per la serie “donne con le palle”. Siamo a fine Ottocento, nel pieno della delusione risorgimentale. Nuoro. Un'Italia arretrata e una Sardegna ancora più arretrata. Gli anni del Verismo e del Decadentismo. Una famiglia della borghesia intellettuale, hanno quattro figli di cui tre maschi, gli unici che vengono fatti studiare (e con risultati fallimentari). La bambina, l'unica a prometter bene, viene tolta da scuola in quarta elementare: è solo una donna. Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, non ha nemmeno la licenza elementare. E in tutto questo, il consiglio è uno solo: «Sposati prima che si venga a sapere in giro che scrivi!!!». Cosa, naturalmente, disonorevole per una donna: se scrivi sei una disadattata sociale e non sei in grado di adempiere ai tuoi doveri di donna. La zia del VareseCorsi, come quando parlava della Mistral, era particolarmente veemente su questo punto, tant'è vero che alla fine mi sono lanciata in un piccolo sproloquio femminista ed eravam lì a guardarci come a dire “Tu m'intendi”.

«Nido selvaggio... Nessuno mi ha aiutato. Ho fatto tutto da me».

Grazia non odia la Sardegna, ma farebbe qualsiasi cosa per andarsene: sa bene che qui non ce la farà mai ad autorealizzarsi. Ma come si fa a fuggire da questo ambiente atavico? C'è un solo modo, e lei lo sa benissimo. Sposarsi. Si innamora di Stanis Manca, ma sarà una delusione tragica che la porterà sull'orlo della disperazione. Da quel momento in poi cercherà solo freddamente di trovare una sistemazione, e ce la farà sposando Palmiro Madesani, un impiegato delle Finanze, che la porterà nel luogo dei suoi sogni. Roma. La sua “Gerusalemme della cultura”.

«Sempre sola ho vissuto, anche vicino a mia madre e i miei fratelli (...) Forse è il mio destino. O il destino di tutti: essere soli».

La società a Roma la accoglie bene ma con curiosità. C'è una stranezza in quel ménage familiare: è il marito ad essere il segretario della moglie, in un completo ribaltamento dei ruoli. E' proprio a questo modello che si ispirerà Pirandello quando scriverà “Suo marito” (che per caso mi son trovata alla Pulce qualche tempo fa). Ma se non ci fosse stato il marito, lei non avrebbe mai avuto la possibilità di farsi conoscere.

Dal punto di vista letterario, la Deledda è in bilico tra Verismo e Decadentismo simbolista: molto difficile da etichettare, forse per questo a scuola si studia poco o niente. Tra i suoi temi, la crisi dei personaggi maschili (“Canne al vento” è una metafora che indica proprio la debolezza di questi uomini fragili, in piena inquietudine) e dell'espiazione, del delitto che diventa castigo (parliamone... a me mi viene la febbre quando lo zio Fedor parla dei deliri febbricitanti di Raskolnikov), soprattutto ne “L'edera”. Troppa voglia di leggere – non si sa quando - “La madre”, che indaga la questione del celibato ecclesiastico. La zia di VareseCorsi ci ha letto la fine, non ve la dico però... da panico. A Freud ci faceva un baffo.

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categoria:libri, nobel della letteratura
martedì, 08 aprile 2008
Proprio carino :-) Mercoledì scorso ho iniziato gli incontri di VareseCorsi sui Nobel della Letteratura. L'idea di partenza era molto interessante (beh ovvio, è per questo che mi ero iscritta... mi ero iscritta pure agli incontri di Islam e diritto, tanto che mio padre voleva scomunicarmi, ma poi questo l'ho lasciato perdere perché era troppo sbattimento): leggere l'opera di sei Nobel della letteratura analizzandone il contesto storico e geografico. Mi presento lì mercoledì alle 18 alla sede di piazza della Motta e tutta la mia baldanza decade. C'eran lì dieci gatti circa e come sempre abbassavo l'età media di quindici anni... poi c'era la conduttrice che, vestita di nero con collana antiquata, calze color carne, mocassini e quest'aria un po' rigida da prof. vecchio stampo non poteva che ispirarmi diffidenza. Che in effetti è aumentata quando fa, affettatamente: "Potete venire a crocettare la presenza". Lì mi sono proprio caduti i coglioni.

Però poi ho dovuto ricredermi, e di brutto. La donna si è proprio trasfigurata parlando di quello che la appassionava, davvero. Così, è stato bello volare in un Cile estesissimo, di varietà geografica straordinaria, dalle foreste a Capo Horn, flagellato dai terremoti e dalle guerre civili, soprattutto nel Nord conteso con la Bolivia. E' qui che una bambina figlia di campesinos viene prima abbandonata dal padre, maestro elementare che se ne va a suonare la chitarra di fiera in fiera dimenticandosi la famiglia, e poi mandata a studiare lontana da casa, alle magistrali di La Serena. Perché era molto dotata, e fare la maestra era la massima aspirazione per una donna (mi viene in mente La maestra di Vénus Khoury-Ghata che avevo comprato ai tempi alla fiera del libro di Torino). Ma qui cominciano i problemi. Perché lei è una contadina, e quello è un ambiente borghese. Perché lei è figlia di poveri, fuma, è ambiziosa e osa scrivere poesie sulle riviste locali (cosa assolutamente disonorevole, naturalmente). La cacciano. Ma lei ce l'ha qualcosa da dire: «Farò da sola».

Detto, fatto. Si interessa di letteratura, legge Ruben Darìo, Tagore, ma anche i russi e gli italiani (sembrerà strano, ma D'Annunzio era amatissimo oltreoceano per vitalismo e raffinatezza; Gabriela è uno pseudonimo che ricalca proprio il nome di D'Annunzio, Mistràl è un Nobel francese del 1908 ma anche il vento caldo francese). Diventa maestra, una maestra eccezionale tanto che il Ministero poi la sposta alle superiori. Neruda ricorderà questa figura di vestale dai vestiti color sabbia, da cui traeva i libri con cui nutriva la conoscenza dei suoi allievi.

Ma succede una cosa. Che le rovinerà tutta la vita. Romeo Ureta, il fidanzato, si suicida la notte prima delle nozze. Giocatore, scopriranno i critici decenni dopo. Ma lei non lo saprà mai. Lei sa solo che è morto l'uomo cui aveva dedicato la vita, e un verso che è - io credo - la cosa più bella che una donna possa dire a un uomo: «Se tu mi guardi, io divento bella». Di qui un lutto che le durerà tutta la vita. La salvano il lavoro di maestra e la poesia, attraverso cui cercherà sempre la sublimazione del dolore. «Una che era in me, la uccisi: non la amavo». Nel 1932 diventa diplomatica e rappresenta il Cile all'estero, anche se la faranno sloggiare da Napoli perché troppo "sindacalista dei poveri". Vince il premio Nobel nel '45, ma ormai nessuno se la ricorda più. Lontana nel tempo, cilena, donna: il mix è perfetto per essere dimenticata. Oggi è introvabile nelle librerie. Ma penso le interesserebbe poco: «Sono vissuta molto sola ovunque», diceva.

La sua è una poesia molto latina, rigogliosa e lussureggiante, un po' alla Neruda e Marquéz. Dai primi lavori, in cui racconta in poesia il lavoro dei contadini dando voce alle loro mani e ai loro attrezzi, più tardi all'amore per i bambini, alla terribile consistenza del dolore: è tutto molto fisico, e straordinariamente attuale e originale. Se un giorno, per caso, un tal Federico Deonis della Columbia University non ne avesse letto e fatto pubblicare i sonetti, di lei non sapremmo nulla (vedi qualcosina qui, ma c'è ben poco anche in rete).
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categoria:libri, varese, nobel della letteratura