venerdì, 02 ottobre 2009

E così finalmente, dopo tre mesi, arriva il resoconto del bellissimo viaggio che io e il Kansch abbiamo fatto a giugno in Grecia Continentale. Da Atene a Salonicco, passando per Delfi, le Meteore e la Zagorohoria, guidati da una Lonely Planet e a bordo di una scassata Hyundai Accent, che ci ha fatto un regalo in più: la musica. Un sottofondo greco che è o malinconico o allegramente bizantino, soprattutto in Tessaglia...

Atene, 20 – 21 giugno

greciaSi parte! Arriviamo in aereo ad Atene di primo pomeriggio (il volo era alle 11.40), con una fame da lupi visto che non mangiavamo dalla mattina presto. Dall'aeroporto prendiamo il suburbano – la metro è guasta – cambiamo a Nerantiotissa e con la verde scendiamo alla piazzetta di Monastiraki: noto quartiere della città, la piazza a noi risulta piuttosto squallida, si possono trovare bancarelle e suonatori ambulanti e la domenica c'è il mercato delle pulci. Qui abbiamo il primo incontro con la cucina greca: lo Thanasis ci presenta per la prima volta degli enormi e gustosissimi souvlaki. Armi e bagagli ci dirigiamo verso l'ostello dove abbiamo prenotato, poco lontano, e strada facendo ci “godiamo” la panoramica della vera Atene: una città sporca, brutta e caotica, a dispetto dei tesori storici che custodisce; l'Hotel Tempi è un dignitosissimo ostello a poco prezzo, in una via linda e carina (soprattutto visti i dintorni...). ateneIn serata ci gettiamo nella vita ateniese, e a Plaka ci troviamo in mezzo ad una vera folla, con tanto di strade chiuse all'accesso e polizia: casualmente, proprio sabato 20 giugno era il giorno di inaugurazione del New Acropolis Museum, con tanto di proiezioni animate sulla superficie esterna. Si cena con gelato in una delle ripide e bellissime viuzze sotto l'acropoli illuminata, proprio sopra l'Agorà Romana, vicino a cui, per inciso, c'è un locale con tavolini all'aperto alquanto tamarro e con camerieri alquanto loquaci in cui i suddetti non si sognarono mai di fermarsi... anche se di giorno spruzzavano sottili getti d'acqua contro la calura terribbile.

acropoliDomenica si parte alla conquista dell'Acropoli: la fatica della salita è ben ricompensata da una bella sorpresa all'ingresso, visto che gli studenti universitari non pagano (risparmiati in totale 24 euri, per l'ingresso a tutti i monumenti dell'Acropoli, dai due studenti di vecchia data, uno dei quali ancora per pochi giorni!!!). Ascendiamo lungo la millenaria Via Panatenaica, oltrepassiamo la Porta Beulè e attraverso i Propilei entriamo nel Santuario. La bellezza – e l'emozione – sono forti, ma purtroppo il turismo di massa riesce a togliere il velo di sacralità che ancora vive in questi luoghi: troppa gente, troppe voci, troppe macchine fotografiche. Ci godiamo il Partenone, ma il mio preferito resta sempre il piccolo Eretteo con le sei Cariatidi, il luogo più sacro dell'Acropoli, perché era qui che Atena aveva fatto nascere il suo albero di ulivo e Poseidone aveva conficcato il tridente. Il Partenone, monumentale ma decorativo. Sul versante meridionale il meraviglioso enorme Teatro di Dioniso, sopra il quale si intravede l'ingresso del Santuario di Asclepio, purtroppo inaccessibile, un portico che introduce in una grotta misteriosa dove scorre una sorgente curativa, e a ovest il Teatro di Erode Attico, dove come tutte le estati andava in scena il Festival Ellenico... peccato che quella sera fosse in programma uno spettacolo di tango, che a noi non poteva fregare di meno (fosse stata una tragedia09 Teatro di Dionisio sarei ancora lì). Usciamo dall'Acropoli a pomeriggio inoltrato e ci facciamo un fantastico aperitivo con una Mithos, la tipica birra greca molto buona e saporosa, in uno dei localini all'aperto con vista tramonto sull'Acropoli, intrattenuti da un punkabbestia estremo che si sgola sulle note di Toto Cutugno (non poteva che essere italiano). Proseguiamo costeggiando l'arco di Adriano e il tempio di Zeus Olimpio, e grazie alla metro riusciamo a vedere anche il cambio della guardia degli euzones davanti al Parlamento. La fame è ormai notevole e ci fiondiamo a tarda sera alla Taverna tou Psyrri, raccomandata dalla Lonely Planet e dove effettivamente si mangia molto e a poco prezzo... ma fin troppo, con enormi fette di arrosto annegate in spaghetti che fanno da contorno. Inizia l'incontro-scontro con la cucina greca e con le usanze della gente del posto, che si incontra alle 11 di sera per una serata tra amici e per dare vita a mangiate colossali fino a tarda notte con carne stra-condita e ogni sorta di dolci.

Delfi, 22 – 23 giugno

delfi1Sveglia il lunedì per andare all'aeroporto e ritirare dall'Avis la nostra nuova compagna di viaggio, una scassatissima Hyundai Accent bianca di età indefinibile – non poteva dirsi altrettanto per gli innumerevoli sfrisi – con cambio automatico e istruzioni in greco moderno. Qui come altrove la mia conoscenza del greco antico si è scontrata con la dura realtà contemporanea: l'unica frase che sono riuscita a tradurre del manuale è “d'inverno, quando la temperatura scende sotto i dieci gradi...” - utilissima data la stagione e la temperatura. La Hyundai d'ora in poi sarebbe stata Meli-car (da Melissa, ape). A bordo di Meli-car ci dirigiamo innanzitutto verso la famosa - e terribilmente torrida - pianura di Maratona: Maratona è, in realtà, una città provincialissima e anonima, e passandoci francamente non abbiamo potuto che immaginare la gioventù di Maratona ad ammazzare le serate peggio che in Valcuvia. Molto carina invece la tappa sul lago di Maratona, dove abbiamo mangiato all'ombra e alla brezza di un risto-pub-spiaggia privata, rinunciando a tombe e tumuli. Finalmente arrividelfi2amo a Delfi: cittadina tranquilla e molto pittoresca, anche qui turismo ma non troppo, e veniamo accolti dal simpaticissimo Ioannis, Giovanni, un istrionico greco che parla anche un po' di italiano e ci regala un aperitivo di benvenuto al carinissimo Varonos Hotel. Facciamo qualche giretto nei dintorni e in serata ceniamo alla Taverna Vakhos, dove la specialità è l'ottimo gallo cotto nel vino. Il giorno dopo è tutto dedicato alla visita del Santuario di Delfi e del Museo, anche qui entriamo gratis ma con qualche difficoltà – ci manca la fantomatica tessera universitaria europea con i timbri annuali – e vaghiamo tra le sacre rovine alle pendici del Parnaso, in particolare il Tempio di Apollo che fu fotografato dal Kansch più o meno da tutte le prospettive possibili (e anche quelle non possibili). Serata nella Taverna To Patrikomas sul Golfo di Corinto, uno dei tanti ottimi posti dove un antipasto è in grado di avere la stessa consistenza di un pasto completo.

Kalambaka, 24 – 25 giugno

meteoresMeli-car ci conduce alle pendici delle mitiche Meteore. Pinnacoli di roccia, panorama alieno di un ex fondale oceanico, grotte di eremiti e monasteri a picco sul nulla: uno scenario incredibile e di rara suggestione. Ci sistemiamo a Kalambaka, cittadina ai piedi delle rupi, alla Guest House Elena, guesthouse con camere molto carine e docce a idromassaggio, gestita da una famiglia che abita sotto. Ci lanciamo subito alla scoperta il primo giorno, scegliendo – anche in base ai giorni e agli orari di apertura dei monasteri: occhio! - di partire con il Moní Agías Triádos, il Monastero della Santa Trinità. Il “monopati ben segnato lungo 1 km” che parte da Kalambaka per arrivare al monastero si rivela un minuscolo e impervio sentiero in mezzo ai boschi, ma ne vale la pena: Agías Triádos mi ha colpito più di tutti, piccolo, solitario e con un panorama mozzafiato, è apparso nel film di James Bond Agente 007 – Solo per i tuoi occhi. Cena con vista all'ottima Taverna Paradisos. Il giorno dopo, viaggiando in macchina su una meno avventurosa ma più comoda strada asfaltata, abbiamo visto il Moní Megálou Meteòrou, il Monastero della Grande Meteora, il Moní Agías Varvás Roussánou e il Moní Agíou Stefánou: ognuno con il suo bel cortile e il suo bel katholikòn (la chiesetta interna), nel primo c'erano anche diverse mostre – da quella sulla Resistenza greca ad opere d'arte sacra, alla cantina con gli attrezzi d'epoca – ma un po' più “commerciali”, con le monache che vendono miele o icone e pullmann di turisti … di cui abbiamo scroccato le spiegazioni delle guide :-) Ghiotto aperitivo tipico alla bella Taverna Panellinion, in centro proprio dietro la fontana, mini-cena in losco bar per soli uomini.

Zagorohoria, 26 – 27 giugno

zagorococo
Ed è così che arriviamo nel selvaggio ed aspro Epiro, destinazione Zagorohória. La Zagorohória è una regione che comprende 46 paesini di montagna dove il tempo sembra essersi fermato: il nome deriva da un'antica espressione slavona, za Gora (tra le montagne) e dal greco horia, paesi, ed è tutta un susseguirsi di villaggi dai tetti in ardesia, foreste e tornanti ai confini con l'Albania. Il primo giorno, dopo esserci sistemati a Monodendri all'Archontiko Zarkada decidiamo di scendere verso la bizantina città di Ioánnina, da cui siamo salpati subito con un battellino per visitare Tò Nisí, L'Isola, in mezzo al lago Pamvótis: piccina e chiusa al traffico, ospita la casa (ora museo) del famoso Alì Pascià, che qui si rifugiò prima di essere stanato e ucciso per ordine del sultano ottomano che aveva sfidato con la sua tracotanza. Poco fuori dal villaggio, tra sentieri erbosi e galline a spasso, c'è il Moní Filanthropinon, un monastero costruito nel '200 da una nobile famiglia di Costantinopoli fuggita di fronte ai crociati, ma che dall'esterno sembrava un cortile privato con tanto di panni stesi e profumo di pranzo... la guida lo citava come sede di una “scuola segreta” dei cristiani durante il dominio ottomano, e la sottoscritta ha fatto di tutto finché una vecchina è uscita urlando qualcosa in greco. Non ci hanno sparato: è uscito il figlio con una chiave e ci ha fatto vedere la chiesa sorvegliandoci a vista, ma siamo riusciti a vedere anche i famosi affreschi del XVI secolo con, accanto alle figure della cristianità, alcuni filosofi classici come Platone e Aristotele. Altra caratteristica di Tò Nisí sono i ristorantini di pesce, con all'esterno enormi vasche gremitissime di carpe, anguille, orate, gamberi, vive ma neppure in grado di muoversi. Spettacolo tristissimi a volerci riflettere, ma che non mi ha impedito di mangiarmi in breve – brevissimo – tempo una serie di “gambari” e un po' di anguilla al Propodes, dove passando ci aveva fermato il rubizzo ristoratore con un taccuino su cui erano segnati gli orari del battello, per rassicurare i diffidenti turisti sul fatto che c'erano corse anche di sera e potevano fermarsi a mangiare senza restar bloccati sull'isola.vikos
Il giorno dopo invece è dedicato tutto all'Epiro più tradizionale. Il cuore della Zagorohória è il parco nazionale di Vikos-Aios, che prende il nome dalla gola di Vikos che la attraversa e che con i suoi 900 metri detiene il Guinness dei Primati per la profondità: bellissimo, immersi nel verde nasconde segreti come il monastero di Agía Paraskeví o altre chiesette abbandonate a se stesse, con le tartarughine da incontrare sui sentieri. Affrontando tornanti su tornanti si arriva ai paesi di Pápingo (Megálo e Mikró), dove abbiamo incontrato una vecchia pastora transumante con le sue caprette, e dove ci sono anche alcune fantastiche piscine naturali tra le rocce. Cena finale al Restaurant H Tsoumanis, con un cinghiale di bontà commovente...
Ma è il mattino della partenza che avviene l'incontro più emblematico del viaggio. Allontanandoci dai paesi, ci troviamo sulla strada inizialmente due mucche con i vitellini: simpatici. Poco dopo li segue però un cavallo scuro, che si ferma in mezzo alla corsia opposta sbattendo la coda in modo alquanto nervoso, apparentemente sta per imbizzarrirsi, ma passa oltre. Poi, la catastrofe: da lontano si avvicina un branco di enormi bestioni con le corna - con il fiato corto continuavamo a ripeterci che in realtà erano tenere mucche, ma lo zoom della macchina fotografica tra le zampe ci dà torto - che man mano che si avvicinano alla macchina ci guardano e accelerano fino a correre. Ho fatto un video, che causa batterie esaurite si è interrotto proprio mentre erano quasi addosso alla macchina: apocalittico, sembra finire per la morte degli automobilisti. Alla fine, la mandria libera di tori della Zagorohoria è passata ai lati della macchina e se ne è andata, mentre la sottoscritta ha avuto il mal di testa per due ore.   

Salonicco, 28 – 29 – 30 giugno

saloniccoTappa finale Salonicco, Thessaloniki, la città bizantina. Dopo la notevole delusione iniziale, causata da un itinerario alquanto squallido suggerito dalla Lonely Planet che dopo qualche chiesa bizantina ci ha fatto passare per vie alquanto malfamate fino a raggiungere il famoso “kastro”, ovvero residui di mura alquanto poco interessanti affacciate su un panorama quantomeno fatiscente, ci siamo goduti la città all'insegna del divertimento, con infiniti caffé e locali lungo il mare, vita notturna, i divertenti viaggi sui velieri-bar, alloggiati al discreto Hotel Pella. Si trattava di imbarcazioni ancorate alla terraferma, trasformate in locali a tema (uno era Argo di Giasone, un'altra un galeone) che durante la serata ad orari fissi salpava e faceva fare un giro di mezz'ora lungo la costa. Salonicco è anche la gioia dei golosi: patria dei dolciumi, con baklavas al miele farcite di qualsiasi crema immaginabile e altri dolci alquanto pesanti – che le vecchiette greche divoravano con evidente soddisfazione e rapidità inaudita, mentre io ero riuscita a dar due bocconi – vanta anche ristoranti come l'Ouzou Melathron, un ristorante dove il menù elenca piatti alquanto creativi e dai nomi stranissimi, e dove i viaggiatori furono definitivamente stroncati dal famigerato “Piatto del Talebano”, una forma di pane ripiena di sugo, salsicce, pezzi di carne di ogni genere, piatto concepito come singolo che non riuscimmo a finire in due..............

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sabato, 06 giugno 2009
Lubiana è una città fatta d'aria e di acqua. Leggera ed eterea, è un mix contrastante di raffinati palazzi Art Nouveau e colossi del comunismo, tutti a specchiarsi nell'azzurro del Ljubljanica. Il suo spirito ha un che di austriaco, come le campagne che la circondano, e ha la vivacità dei localini per studenti del centro storico universitario. E chissà, dietro ai balconi barocchi, quanti d'Istria che non sono più italiani e non saranno mai davvero sloveni.
Zagabria è ad un tempo elegante e dimessa. Città capitale, vetrina del suo paese, è stata ricostruita dai croati dopo gli sfaceli della guerra jugoslava, ma tra le vie secondarie si indovinano piccoli dettagli di un passato non troppo lontano, dalle facciate scrostate ai negozietti che sembrano usciti da una nostra vecchia cartolina. Il Croato ha un'identità nazionale orgogliosa, troppo a lungo soffocata dal comunismo e che oggi traspare nelle memorie ricostruite statua su statua, nelle ascendenze ariane simboleggiate sulla bandiera dall'invenzione persiana degli scacchi e nel criptico alfabeto glagolitico.
Budapest, doppia capitale imperiale, è il sogno dei fasti passati della piccola Ungheria, ben espresso dal meraviglioso Parlamento gotico, il terzo più grande in Europa. Le sue due braccia Buda e Pest si allacciano sui ponti del Danubio, che bagna palazzi ottocenteschi sontuosi e solenni, mentre dall'alto della "montagna" si staglia il profilo del Monumento alla libertà, oggi davvero libero e privato dei simboli dell'ideologia sovietica. Cattolica e osservante, convertita da re Stefano nell'anno Mille, Budapest parla una lingua complessa e che ha  ben poco in comune con i suoi vicini slavi, in ricordo delle sue origini uro-finniche. E' la città termale per eccellenza, di un verde che trova il suo polmone sulla bella isola Margherita, ma che fa capolino un po' in tutta la città.


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lunedì, 29 settembre 2008

image_cropped(9)Un viaggio va vissuto, non raccontato. C'è che dice il contrario, come lo zio Gabo, «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla» (Memoria delle mie puttane tristi). Quando racconto mi accorgo in modo quasi fisico dei frammenti di bellezza che vanno persi, in parte perché è normale che vadano persi in parte perché a me non piace moltissimo raccontare, a dire la verità preferisco tenermi strette le mie storie. Mi è sempre piaciuto però sbirciare nei diari di bordo on line delle altre persone, e a dire la verità spesso si hanno degli spunti utilissimi... così scrivo anch'io sul bellissimo viaggio che portò me e il consueto oscuro individuo della Valcuvia da Parigi ad Amsterdam, tra il 12 e il 22 settembre...

Parigi

Arriviamo a Parigi Gare Lyon la mattina del 13 dopo un'allegra nottata in Eurostar, in cuccetta a dormire con svariati individui. Colazione e viaggio verso l'
Hotel Nation, una delle sette meraviglie del mondo nonché stella polare nelle conversazioni del vaiggio. L'Hotel era in una bellissima posizione, nel cuore di una Montmartre dove una notte d'albergo in doppia costa in media 80 euro. Qui ne costava 25: I love bettola. Esterno molto mediocre. Prevedibile, e anzi cercato (pur di spender poco non ci si formalizza).

Ma l'impossibile si compie entrandovi: alla reception veniamo accolti da un tale che ci dà le chiavi della camera intanto che dietro di lui un tizio più o meno malfermo su una scala sta rattoppando il soffitto da cui cadono pezzi di intonaco con delle assi di legno. Saliamo quattro piani per una scala a chiocciola incredibilmente stretta e ogni piano ci riserva qualche sorpresa: un must i fili elettrici volanti sul pavimento, a portata di piede, e i calcinacci in bilico. C'è una "rest room" per piano: capire come accendere la luce sarà argomento di discussione; per diverso tempo si rimane nel dubbio che non esista una doccia: forse, sarebbe stato meglio non fosse esistita. Trattasi di un doppio locale (uno per tutto l'hotel, chiaramente), in uno c'è la "doccia", nell'altro c'è una vasca piena di un'indicibile quantità di detriti, da pezzi di edificio (una costante) ad attrezzi per imbiancare, a oggetti che francamente non sono riuscita a identificare... Ogni tanto, sulle scale, incontri più o meno ravvicinati con facce non particolarmente rassicuranti.

Preambolo bohémien di due giorni intensissimi in cui abbiamo visto una quantità incredibile di posti (a proposito, le foto sono qui su Picasa as usual, quelle artistiche fatte in analogico con rullino in b/n sono su Flickr)...

Primo giornoimage_cropped

Il Sacre Coeur, le caratteristiche viuzze e il cimitero di Montmartre. L'Ile de la Cité (dove tra l'altro c'era un'incredibile dispiegamento di militari in tenuta anti-sommossa...): Notre Dame de Paris (non siamo entrati perché c'era davvero troppa coda, in compenso abbiamo visitato la cripta archeologica, dove è raccontata la storia dell'antica Lutezia dalle origini e ci sono i reperti della città in epoca gallo-romana), la famosa libreria di antiquariato Shakespeare & co., la Saint-Chapelle, la Conciergerie (il carcere dove furono imprigionati Maria Antonietta, Danton e Robespierre)... e dietro la via principale c'era una stradina animatissima, con un sacco di ristoranti a poco prezzo, dalle tipiche brasserie francesi (la seconda sera abbiamo mangiato in una di queste) ai ristoranti greci, italiani, turchi. Il famoso giardino del Luxembourg, e lì vicino la chiesa di St. Sulpice e la piazza con la divertente Fontaine des Quatre Points Cardinaux, che in teoria rappresenta 4 personalità della Chiesa ai quattro punti cardinali... ma “point” vuol dire anche “mai”: infatti i 4 non diventarono mai cardinali ;-). In serata, cena alla Coupole di Montparnasse: suggestivo caffé-ristorante fondato nel 1927, famoso perché le colonne vennero decorate da artisti come Chagall e Brancusi... ambiente bellissimo, chiaramente affollatissimo e abbastanza caro, ma merita sicuramente.

Secondo giorno

image_cropped(2)Si parte con il Louvre :-) Ambiziosa visita di un museo incredibilmente enorme, ci abbiamo passato non so quante ore e credo ne avremo visto forse un terzo. Quello che mi ha sorpreso di più non è stata tanto – o meglio, non solo – la quantità di opere esposte (già lo sai) quanto la monumentalità... chi si aspettava di trovarsi nientepopodimeno che una spettacolare ricostruzione in scala 1:1 di parte del palazzo di Sargon II (ci sono i torellini giganti e alati con la testolina di uomo che cariniii ;-p). Anche se, alla fine, dopo tutte le cose belle viste (chiaramente la sottoscritta ha rischiato di commuoversi almeno un paio di volte, davanti al Sarcofago degli Sposi e nella sala delle antichità greche), ci siamo chiesti se tutta questa numerosità non impedisca di goderle al meglio... confonde, è certo. E per finire in bellezza: il Jardin de les Tuileries, Place de la Concorde e l'Arco di Trionfo. La Tour Eiffel, vista di sera con i giochi di luce, da Trocadero.

Bruxelles

Approdiamo a Bruxelles in treno, dopo esserci beccati una multa abbastanza salataimage_cropped(3) perché alle macchinette avevamo comprato i biglietti sbagliati (non si capiva una mazza tra le alternative, così abbiamo scelto i biglietti senior... peccato che fossero quelli per ultra-sessantenni :-) ) e con il sottofondo musicale della solita bimba che piange e urla (quando c'è in giro il Kansch ci sono sempre bambini/e che piangono e/o chiamano papà... mi sa che ci sono delle cose che mi sono ancora ignote). Dalla stazione ci attraversiamo tutto il centro a piedi, vagando in cerca di un posto dove dormire, in direzione dell'ostello Sleep Well dove alla fine ci fermiamo (carino, sempre pieno di giovani ma affollatissimo... conviene prenotare). Il fulcro di Bruxelles è la Grand Place, con i bellissimi palazzi delle gilde, il corrispondente nordico delle corporazioni; quelli di oggi non sono quelli originali, che furono distrutte nel 1695 dai cannoni di Luigi XIV e furono ricostruite in solo 5 anni. Per il resto, abbiamo visto il turistico Manneken Pis, che è poi una piccola fontana in forma di un bambino che fa la pipì e che tutti forografano non si sa perché (e allora già che c'ero l'ho fotografato anch'io ;-) ). In giro per Bruxelles c'è tutta una serie di murales che rappresentano personaggi di fumetti, Tin Tin in primis. Bruxelles è, tra le altre cose, capitale del fumetto.

E' a partire da Bruxelles che iniziamo a usare le guide di Lonely Planet: molto sintetiche, più che per le informazioni sulle cose da visitare sono utilissime per i ristoranti e i locali. E' così che abbiamo scoperto il Goupil Le Fol, un locale stranissimo dalla fioca luce rossastra pieno zeppo di quadri, foto e cartoline d'epoca e oggetti di antiquariato che insieme alla musica francesissima e malinconica lo rendono un posto nostalgico e particolare. In serata abbiamo mangiato al 't Kelderke, un ristorante che si trova in un vecchio scantinato della Grand Place e dove nonostante questo abbiamo mangiato benissimo senza spendere troppo (io mi sono mangiata il piatto tradizionale belga... che non è nient'altro che cozze + patatine fritte. E' a Bruxelles poi che abbiamo mangiato il godurioso waffle (o gaufre che dir si voglia), le cialde speciali su cui mettere valanghe di panna, cioccolato, fragole, banane... oltre a comprare decine image_cropped(4)di cioccolatini belgi (i più buoni che ci siano... e ci credo usano il cacao del Congo, ex-colonia dove c'è il cacao migliore al mondo).

La mattina dopo prima di partire per Anversa ci siamo visti il Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique: molto ricco, nella parte di Arte moderna c'era diversi Magritte, Gauguin e anche un De Chirico; anche la parte di Arte antica meritava, peccato che tutte le guide promettevano “un'intera sala dedicata a Hieronymus Bosch”, che nella realtà si riduce solo al Trittico delle tentazioni di sant'Antonio... in copia però!!! Tra l'altro in questo più che in altri musei abbiamo assaggiato il tipico ambiente culturale cittadino, con vecchietti e (soprattutto) vecchiette molto benvestite che sembravano lì per una dimostrazione di status e perché non avevano altro da fare più che per un reale interesse (vedi Teatro di Varese et similia).

Anversa (Antwerpen)

Arriviamo in città verso sera, diretti verso l'hotel Billard Palace, che avevamo fortunatamente scovato su Internet il giorno prima e che consiglio vivamente (oltre ad essere vicinissimo alla stazione, e comunque al centro visto che le distanze sono minime, ha camere davvero carine e costa davvero poco). Anche ad Anversa il fucro è la piazza con i palazzi delle gilde, che in questo caso si chiama Grote Markt, e vicino la Onze Lieve Vrouwekathedraal. Al centro del Grote Markt c'è una fontana che direi image_cropped(5)“autobiografica” :-): infatti secondo la leggenda il guerriero romano Silvius Brabo uccise un pericoloso gigante, Druon Antigon, che aveva l'abitudine di tagliare le mani dei marinai che rifiutavano di pagare il pedaggio del fiume Schelda. Brabo tagliò la mano al gigante e la gettò nel fiume (hand werpen significa infatti “gettare la mano”) nel punto in cui sorgerà Anversa. E' vicino alla cattedrale che scopriamo il 't Elfde Gebod (l'Unidicesimo Comandamento), un posto stranissimo pieno di statue e arredi sacri, dove bere le straordinarie birre trappiste e gustare dell'ottima soup. Ad Anversa siamo stati due notti, rilassandoci un po' in giro per la città dopo le tappe forzate di Parigi e Bruxelles.

Amsterdam

image_cropped(6)Dulcis in fundo, Amsterdam :-) Che un conto è sapere benissimo di essere nella città più libertina d'Europa, un conto è arrivare e girare per le strade odorose di fumo, vagare tra i negozietti che ti vendono funghetti e kit per la coltivazione della marijuana e curiosare in cartolerie dove è d'obbligo vendere qualche gingillo erotico... Cmq la città è molto più del “Paradiso del fumo” e merita davvero di essere chiamata la Venezia del Nord, una Venezia molto più vivace e meno malinconica. Alcuni canali sono spettacolari, oltre a quelli più grandi e famosi, con i palazzi signorili, a me è piaciuto moltissimo (e infatti l'ho fotografato tantissimo :-) ) il Bloemgracht, il canale dei fiori, piccolino e veramente caratteristico. Una cosa carina da fare è anche il giro in battello tra i canali, che tra l'altro permette di vedere bene oltre ai palazzi le casette galleggianti ormeggiate sulla riva. Un quartiere interessante è quello dei Musei: noi abbiamo visto solo il Rijksmuseum, con le opere di molti pittori fiamminghi del '700 (il Secolo d'Oro per l'Olanda), tra cui Rembrandt (la Ronda di notte è proprio qui... e dal vivo è enorme!!!) e Vermeer con la bellissima Lattaia. Ovvio il giro in piazza Dam, dove c'è un po' di tutto, da Madame Tussaud's al Monumento Nazionale, al giro nel famoso image_cropped(8)Quartiere a luci rosse (dove la più interessata sembravo io ;-p).

Nelle due sere che abbiamo passato in centro abbiamo cenato in due posti molto carini: il Kantijl en de Tijger, ristorante indonesiano buonissimo in Spuistraat (certo che mangiano speziato costoro! Ad Amsterdam ci sono un sacco di ristoranti indonesiani visto che l'Indonesia era colonia olandese) e alla Centra, locale spagnolo poco lontano dalla Chinatown. Pollice verso invece per il ristorante tibetano (?), con un menu poco diverso da quello cinese e in cui le carni avrebbero dovuto essere il piatto forte... peccato che non sapessero di niente!!!

Come alloggio noi stavamo all'Hotel Orfeo, una via di mezzo tra un hotel e un ostello ma centralissimo, sul Prinsengracht... avremmo dovuto stare ad Amsterdam fino a sabato 20 settembre, ma presentandoci in aeroporto abbiamo allegramente scoperto che la Easyjet aveva cancellato il volo... grosso nervoso all'inizio, anche perché il successivo volo utile era lunedì e io in uni ero in una situazione abbastanza delicata visto che mercoledì la mia collega iniziava a lavorare da un'altra parte (novità assoluta, mi han telefonato mentre ero ad Anversa!) e tra lunedì e martedì ci doveva essere il passaggio di consegne, anche in prospettiva del fatto che tra qualche settimana prendo io il suo full time... Ma alla fine image_cropped(7)le cose sono andate mooolto bene per noi, visto che ci hanno spedito nella executive room del Dorint Hotel un fantasmagorico hotel a 4 stelle chiaramente frequentato da uomini d'affari dove abbiamo dato spettacolo mangiando ai buffet per quattro persone... la notte prima del volo invece era pieno e alla fine abbiamo dormito in aeroporto... un bel salto di qualità!!! Un bel salto di qualità anche tornare a Varese (...) e scoprire che se al Nord non aveva mai piovuto, qui c'era il diluvio... sigh :-(

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lunedì, 01 settembre 2008
IMG_5414Cartoline da Barca

Sette giorni nella mitica Barca di Gaudì. Una settimana in cui io e mia sorella abbiamo vagato ovunque, strabiliandoci dei gioielli di Barcellona. Il mio posto preferito in assoluto è la mitica Casa Batllò, la casa che vive e respira, un grande animale colorato che dietro una fantasiosità apparentemente caotica nasconde capolavori di funzionalità, poi la Casa Milà, la Sagrada Familia, il Parc Guell. Ma anche Montjuic con la funivia, dai giardini al castello, il Poble Espanyol, le Fontane Magiche...

Di notte grande casino sulla Rambla, alle discoteche iper-gettonate sul porto (mi hanno trascinato allo Schoko e al Maremagnum) io preferisco di gran lunga i localini un po' più tranquilli ma meno fighetti (brr... poi tanto le discoteche sono uguali ovunque, di certo queste non erano niente di che). Spiaggia poco, è stato nuvoloso tutta la settimana... poteva essere interessante per qualcuno starsene a guardare la quantità incredibile di topless e anche qualche nudo integrale a Selva de Mar :-)

L'ostello dei destini incrociati

Dire che il mondo è piccolo non rende bene l'idea :-) arriviamo all'ostello... receptionist tedesca, parole inglesi nell'aria, atmosfera internazionale. Saliamo le scale verso la nostra camerata con il mio amico trepidante già immaginandosi svedesi discinte sui letti... entriamo e ci troviamo davanti due loschi figuri spaparanzati a pelle di leone sui letti a castello. Ci salutiamo prima in spagnolo, poi ci dicono "ciao": si scoprirà che sonoIMG_5308 due siculi volati a Barca da Palermo. Nella stessa nostra camera, due torinesi. E, lo so che sembra impossibile... poi ci è arrivato uno di Viggiù. Che parlando ha scoperto di essere cugino di uno dei due siculi :-O

Situazioni paradossali ed esilaranti con italiani che ci provavano con qualsiasi cosa si muovesse nell'ostello (era pieno di ragazze francesi, tutte effettivamente molto carine), in un anglo-franco-ispano-siculo incredibilmente divertente ;-)

Una minima :-) parte delle 650 foto sono qui su Picasa... (qui sopra un mio emozionante scatto con una delle due tarte all'ingresso della facciata della Natività della Sagrada... troppo uguali!!!).
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